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Conferenza Nazionale Auser - 6/8 Giugno 2007
Chianciano Terme (SI)

Relazione Maria Guidotti

AUSER: CHI E’ – COSA E’

I DATI

Auser è un’associazione in buona salute, i dati dell’ultimo rapporto di attività ce lo confermano: il numero dei tesserati cresce del 4,1% confermando un andamento positivo pluriennale. Questo dato medio di crescita è la sintesi di differenze profonde del trend di crescita che continua ad essere più rilevante nelle regioni in cui il nostro insediamento è già molto diffuso e più stentato e difficile soprattutto nel meridione. Le donne sono il 55,5% del totale. I volontari sono 39.729. Le ore di volontariato 7.308.995.

LE ATTIVITA’

L’appuntamento della “Città che apprende” è diventata una riconosciuta sede di incontro e confronto interno ed esterno, contribuendo efficacemente a delineare un chiaro profilo politico-culturale di questo settore di attività. A questo risultato concorrono 233 associazioni dedicate con una crescita di 103 unità rispetto al 2003 e 2.298 volontari specificamente impegnati. Per noi l’Educazione degli adulti si fonda sulla convinzione che il processo educativo sia una condizione permanente dell’individuo, essa non punta tuttavia, alla trasmissione di nozioni e di contenuti culturali consolidati, ma al potenziamento delle attività creative individuali ed alla loro utilizzazione ottimale , è la capacità di cogliere le potenzialità da implementare, di rinnovare le forme e i modi della nostra socialità, è educazione alla differenza, all’interculturalità, è questa peculiarità che la rende trasversale, funzionale e sinergica all’insieme delle nostre attività.

Il Filo d’Argento, presente in 16 regioni, con 724 associazioni per oltre 156.000 persone assistite, di cui il 5.24% immigrati e il 68,72% ultrasessantenni, si è affermato come una componente irrinunciabile del sistema dei servizi territoriali.

La qualità e la diffusione, delle nostre attività di contrasto alla solitudine degli anziani ha fatto di Auser un protagonista riconosciuto e indiscusso delle azioni di inclusione sociale e valorizzazione degli anziani e sono, spesso, a pieno titolo, integrate nel sistema dei servizi territoriali pubblici. Un altro dato che evidenzia quello che sempre più si configura come un diritto negato: la mobilità delle persone anziane; per affrontare questa forma di esclusione Auser dispone di 404 auto e 136 pullmini attrezzati di proprietà, 338 auto di terzi e 2.215 auto private messe a disposizione dai volontari. Attraverso le attività di Filo d’Argento si realizzano inoltre importanti esperienze di collaborazione anche con altre associazioni di volontariato, enti ecclesiali, cooperazione sociale, ecc.

Sono molto rilevanti le attività che svolgiamo in convenzione con enti locali e Regioni: 16.723.408 Euro, particolarmente concentrate nel centro Nord, ma con esperienze, significative anche nelle aree meridionali

Cresce l’interesse verso i progetti di solidarietà internazionale con l’impegno di 326 associazioni su progetti attivati in 9 Paesi. E’ degno di nota il significativo passaggio che sta avvenendo, da tempo auspicato, per cui questo settore di attività si va configurando anche come occasione di conoscenza e approfondimento di tematiche come la giustizia globale e il destino della biosfera: la povertà, i mutamenti climatici, le guerre per le risorse primarie, ci sembrano lontani, ma ci pongono quesiti che riguardano tutti noi: come potrà un numero sempre più elevato di esseri umani vivere una vita degna, nonostante la finitezza delle risorse naturali? Non è solo una questione di etica, è in gioco anche il nostro egoistico interesse di cittadini planetari. I conflitti per le risorse sono la miccia che accende piccoli e grandi conflitti. Nessuno può ignorare come tanti scontri etnici e religiosi sono innescati da scarsità di acqua e di terre, per non parlare del rapporto tra la tragica situazione del Medio Oriente e il petrolio. Senza attenzione e rispetto verso i beni della natura e politiche internazionali che ne garantiscano l’equo utilizzo, a partire dai nativi, nessuna politica di pace e sicurezza globale sarà mai possibile. Le attività di solidarietà internazionale cominciano ad agire come sensibilizzazione su questi temi in raccordo anche con altri settori quali i circoli, il turismo solidale etc..

Le attività di turismo sociale, oltre alla rilevanza quantitativa, 634 associazioni con un significativo aumento di 222 unità, cominciano ad acquisire una peculiare identità, sia contribuendo al dialogo e allo scambio fra le varie realtà associative che nell’articolazione delle proposte: il viaggio è cultura, socialità, apprendimento, superamento di steccati e di pregiudizi

Si cominciano a cogliere, nella normalità dell’attività quotidiana, le opportunità offerte dal sistema Auser ed inizia a farsi strada, con un certo vigore, la consapevolezza che la buona reputazione che ciascuno, nel proprio circolo, nella propria associazione, crea nel rapporto con il territorio di appartenenza viene amplificata e valorizzata se resa disponibile all’intera organizzazione, e torna rafforzata all’associazione e al circolo medesimi, producendo senso e alimentando appartenenza.

AUTOFINANZIAMENTO

La rigorosa certificazione rilasciata dall’Istituto Nazionale della Donazione attesta della correttezza e trasparenza delle nostre strutture amministrative, dell’utilizzo delle risorsee delle procedure per l’assunzione delle decisioni. E’ una attestazione importante per le nostre attività di raccolta fondi, in particolare per la Giornata nazionale legata al sostegno al Filo d’Argento e per il 5 per mille. La giornata significa una straordinaria visibilità dell’associazione sulla stampa, alla televisione, alla radio, anche in ragione dell’efficacia del binomio soldi/legalità ci sono ancora atteggiamenti di rifiuto che lasciano perplessi, non tanto per la scelta in sé, ma perché evidenziano la incapacità, o perlomeno, la non volontà di comprendere quanto sia fondamentale l’autonomia finanziaria per un’associazione, per la sua libertà e come essa rappresenta uno strumento per rendere partecipi i cittadini delle nostre attività, per valutarne con loro la qualità, l’efficacia.

Per questi stessi motivi penso che anche i buoni risultati del 5 per mille, seppure con forti diversificazioni territoriali, debbano trovare una grande possibilità di sviluppo a partire dalla relazione con le persone che a noi si rivolgono, e attraverso loro, al coinvolgimento delle loro reti parentali ed amicali.

Gli strumenti di autofinanziamento debbono costituire una occasione per l’associazione per sollecitare la partecipazione attiva dei nostri sostenitori e farci assumere la responsabilità del “rendere conto”, necessaria per alimentare un maggior clima di fiducia e isolare i comportamenti illegali, che pure ci sono.

Raccogliere fondi a sostegno di un obiettivo per il suo rafforzamento e la sua diffusione significa identificarsi con quell’obiettivo, manifestare identificazione, passione, credibilità della bontà di ciò che si sta facendo, avere cognizione della buona causa.

Ed infine la finalizzazione certa, documentata, percepibile, delle risorse sulle attività per cui sono state raccolte, questo deve essere ancora di più effettivo per le risorse del 5 per mille. E’ una esperienza di sussidiarietà fiscale fatta pericolosamente “in sordina”. I cittadini possono scegliere di distogliere una parte delle risorse fiscali dal* finanziamento dei servizi pubblici per destinarle ad associazioni. Verificare come queste risorse continuino a concorrere al benessere della comunità è una condizione per noi essenziale ed irrinunciabile. Questo e nessun altro il principio informatore delle scelte per l’utilizzo delle risorse del 5 per mille.

AUSER: COME E’

I parametri prevalentemente quantitativi ci inducono ad un misurato ottimismo, sul quale è bene, come sempre non indulgere. Gli elementi di valutazione qualitativa sono, ovviamente, più complessi. Su tre in particolare mi vorrei soffermare:

:

  • La capacità, possibilità e volontà di stare effettivamente nel sistema Auser come NODO di una rete,
  • La effettività dell’inclusione delle persone nelle prestazioni, a partire da modalità organizzative capaci di riconoscere e farsi carico dei problemi ma anche desideri, delle aspettative , di valorizzarne le competenze e di rispettarne la dignità, e dalla percezione che hanno di noi e del nostro agire,
  • La consapevolezza dell’identità e della soggettività politica di Auser.

Con la prima conferenza di organizzazione di Monopoli ci siamo impegnati a creare le condizioni organizzative funzionali al perseguimento di questi obiettivi e al rafforzamento dei processi partecipativi nel contesto di un riconoscimento dell’autonomia dei singoli circoli accompagnata da poche ma robuste strumentazioni di incernieramento nella struttura nazionale. Questo appuntamento, a distanza di 5 anni è una prima doverosa verifica del lavoro che abbiamo fatto.

“Auser presenta senz’altro e in grado elevato, il tratto distintivo di essere costituita da tante parti che….non sono affatto mere articolazioni funzionali di un insieme, ma per così dire realtà a tutto tondo….ognuna delle quali riflette compiutamente i valori dell’associazione, definisce autonomamente le proprie strategie, elegge i propri gruppi dirigenti. Esiste un significativo rapporto tra sede centrale e sedi territoriali nel quale la sede nazionale si caratterizza per essere “al servizio”, per garantire cioè l’esistenza di condizioni e risorse comuni che possano essere condivise da ogni unità di base per valorizzare in forma unitaria le attività e l’impegno di ciascuno. (doc . sulla rete)

Possiamo quindi affermare che si sono determinate le condizioni perché si possa realizzare compiutamente la rete Auser ma che l’obiettivo non è ancora compiutamente conseguito, sia per l’assenza di strumenti adeguati: quelli di relazione tradizionali (conferenze, congressi, riunione degli organismi, ecc,), sono necessari ma non sufficienti, necessitano di essere affiancati e arricchiti dalla disponibilità di canali di comunicazione sempre aperti, relativamente strutturati, che consentano flussi costanti di informazioni, osservazioni, riscontri, “spunti di riflessione” e quant’altro ogni sede operativa può offrire per la formazione della strategia complessiva dell’associazione e per essere un soggetto che si caratterizza per la reciprocità del proprio agire; sia perché esistono ancora resistenze, timori, gelosie che pur non contrastando apertamente il percorso, sicuramente ne rallentano il processo e l’efficacia.

Non è solo una questione organizzativa, ma anche e forse soprattutto culturale: l’orizzontalità, l’apertura, il mettere e mettersi a disposizione, significa percepire la proprio identità, il proprio ruolo e la propria funzione in forma strettamente correlata con gli altri, significa riconoscersi pari dignità, valorizzare la dimensione del NOI piuttosto che quella dell’IO.

Queste considerazioni ci portano direttamente alla seconda questione. Il rispetto e la centralità della persona, non come astratti concetti cui fare riferimento ma come i paradigmi da cui scaturiscono le nostre azioni.

Le persone, anche le più fragili e bisognose non debbono mai essere considerate come pure destinatarie di prestazioni, perché in tal caso nessuna relazione veramente inclusiva si potrà mai realizzare. Ci deve essere una apertura reale al processo di costruzione delle risposte necessarie ed utili a quello specifico bisogno, alla particolarità della persona che lo esprime e del contesto in cui si esprime, e si deve partire dalla intelligenza e dalla competenza dell’interessato, che, fatte salve situazioni estreme, ci sono sempre.

In questo caso, è giusto dire, che la percezione di noi è profondamente positiva, come da più parti si conferma, (bilancio sociale indagine Doxa ecc) e di questo va dato ogni riconoscimento alle decine di migliaia di volontarie e di volontari che ogni giorno contribuiscono, gratuitamente, con passione, dedizione e coerenza questo obiettivo. La “foto” di Auser rappresenta sempre più realisticamente la società per come è effettivamente composta. Le donne anche ai vari livelli di direzione, non solo nelle attività, sono sempre più presenti, come pure amici e amiche di altri paesi concorrono alla direzione delle iniziative dell’associazione. Sono ottimi segnali di discontinuità con il passato e di capacità di rappresentare l’attualità e la pluralità delle nostre comunità.

ESSERE I NUOVI “DAVIDE”

Questa è la nostra identità, c’è di che esserne, senza superbia alcuna, orgogliosi. Di contro non è ancora sufficientemente forte, a mio parere, la consapevolezza della necessità di impegnarsi per affermare il carattere generale di questi valori, sia nel definire il profilo e le funzioni del terzo settore che, più in generale, della società.

E’ necessario un coinvolgimento ancora più forte e profondo perché attraverso l’impegno, per quel che ci riguarda nel volontariato, ma non solo, si contribuisca a favorire la diffusione del potere anziché la sua concentrazione, si incoraggino il dibattito e l’autonomia di giudizio anziché il conformismo e l’obbedienza, si costruiscano vincoli di solidarietà orizzontali anziché vincoli di subordinazione verticale, si agisca con la consapevolezza della titolarità di diritti e di responsabilità anziché alla ricerca della raccomandazione e del piacere, si contribuisca insomma a formare una società di cittadini.

E’ un obiettivo difficile, ma irrinunciabile perché oggi, purtroppo, i cittadini vivono in maniera sempre più distaccata la propria “appartenenza” alla “cosa pubblica”, si sentono più “clienti” dello Stato che parte di esso. Direttamente o indirettamente il volontariato deve contribuire a costruire una società in cui la solidarietà non sia un atto “eroico” o “caritatevole” di pochi eletti ma impegno responsabile di ciascuno, anche per evitare il rischio del cronicizzarsi di forme passivizzanti di solidarietà verso i diseredati e i fragili ad opera di un volontariato privo di identità sociale e politica.

Il volontariato, ma il terzo settore nel suo complesso, devono avere capacità di analisi degli accadimenti sociali, politici, economici e avere una propria idea di società e di sviluppo cui informare la propria azione.

Il volontariato, in quanto espressione particolare e qualificata di esercizio della cittadinanza, si fa INTENZIONALMENTE carico della complessità sociale, per la riqualificazione dei servizi e più in generale per il rinsaldamento delle relazioni che nascono dalle persone. Essere volontari deve significare anche AGIRE ATTIVAMENTE ED INTENZIONALMENTE SULLE CONDIZIONI DELLA PROPRIA ESISTENZA..

Questa è condizione affinché, nonostante la forte, a tratti impetuosa, espansione del terzo settore degli ultimi anni, si esca dalla condizione di soggetti che agiscono prevalentemente in spazi residuali e interstiziali del sistema dei servizi, caratterizzandosi soprattutto come “erogatori di servizi”. In questa situazione il terzo settore ha in parte fallito l’obiettivo di superare la sostanziale separatezza tra domanda e offerta dei servizi, a danno anche della propria vocazione originaria.

E allora è necessario una forte interazione tra soggetti pubblici e del privato sociale, senza alcuna delega di responsabilità da parte delle istituzioni pubbliche. E’ dalla partecipazione e dall’attivazione delle risorse dei cittadini, dalla valorizzazione delle loro relazioni e competenze che originano le condizioni perché siano rispettate la centralità e il protagonismo delle persone.

Per conseguire questi obiettivi è indispensabile una forte innovazione dell’intervento pubblico, perché possa effettivamente promuovere l’espansione dell’impegno e della responsabilità individuale e sociale, nell’ambito di un sistema integrato di interventi finalizzati al perseguimento del “bene comune” e alla tutela e affermazione dei diritti.

E per ciò che il terzo settore deve rivendicare un aumento della capacità e qualità progettuale delle istituzioni pubbliche e non assecondarne il ritrarsi.

E’ questa la sussidiarietà in cui crediamo e che pratichiamo.

Dobbiamo avere chiara la percezione che dalla collocazione del terzo settore e dal suo ruolo dipende una parte del generale clima ideale e culturale del Paese. E’ da noi componente importante della società civile che deve essere tenacemente sostenuto e praticato il binomio inscindibile libertà/responsabilità, altrimenti la libertà si distorce in autorizzazione alla cura illimitata dei propri particolari interessi, anche a costo di dissipare beni permanenti e collettivi che assicurano il futuro.

Noi dobbiamo rappresentare un ambito di rapporto sociale che si colloca prima e fuori dei rapporti di potere pubblico, ma si elevano al di sopra di meri interessi particolari, e per questo possiamo porre domande disinteressate ma stringenti.

Dobbiamo essere come dice Ginsborg “una società civilizzata”, cioè il luogo di coloro che sanno alzare lo sguardo dalla propria convenienza individuale e/o sanno e vogliono organizzarsi, dobbiamo essere costituenti della società che partecipa, che vince la passività e l’indifferenza per i problemi comuni. La sola partecipazione agli appuntamenti elettorali potrebbe diventare, la consegna al ceto politico,la delega per eccellenza.

Dobbiamo rappresentare il dissenso e l’alternativa allo svuotamento di valori imposti dal consumismo, attivi nel proporre ed elaborare valori e punti di vista diversi da quelli dominanti.

Il terzo settore deve contrastare l’espandersi di una logica individualista e di mercato, che tende a rompere la trama dei rapporti e delle obbligazioni che sono alla base di una società solidale: Obbligazioni viste come punitive per i cosiddetti “meritevoli”, cioè per quelli che nella competizione sociale hanno vinto e perciò si sono dimostrati i più forti.

I legami sociali passano così del tutto in secondo piano e non incidono più sui comportamenti individuali, non fanno più parte delle condizioni dello sviluppo.

La crisi fiscale ha una origine evidente in questa rottura del senso di ciò che è “ comune”. Pagare le tasse per finanziare la scuola pubblica, la sanità pubblica, la difesa dell’ambiente, le strade ecc. è considerato come una pura e semplice sottrazione alle opportunità individuali di vita e di consumo piuttosto che come un concorso all’esistenza di condizioni e di servizi che sono indispensabili per il benessere di ciascuno, incluse le stesse possibilità di produzione individuale del reddito.

Alcune situazioni acquistano un valore emblematico: penso alla questione della non autosufficienza, unanimemente riconosciuta come una delle priorità sociali, ormai una vera e propria emergenza per milioni di famiglie eppure diventa quasi eversivo, prospettare, come noi pensiamo si debba fare, la possibilità della introduzione di una tassa di scopo per un adeguato finanziamento del fondo.

Nel frattempo apprezziamo il segnale venuto dall’ultima finanziaria della costituzione di un fondo, ma non possiamo nasconderci che l’esiguità delle risorse messe a disposizione rendono la misura pressoché inutile e intanto le persone interessate sostengono spese enormemente più elevate quali non risulterebbero dalla introduzione di una tassa di scopo, con risultati meno apprezzabili perché non sostengono un sistema integrato di interventi.

Per contrastare egoismo, individualismo, utilitarismo, non è sufficiente sollecitare l’espandersi dell’associazionismo, se esso dovesse risolversi in una atomizzazione della società in tanti piccoli gruppi che diventano i luoghi della difesa esclusiva di interessi e di pratiche particolari.

Perché i fatti associativi producano una valorizzazione e diffusione del senso civico, una ricostituzione di identità e di appartenenza comunitaria, come fondamenti della solidarietà, è necessario che l’affermazione di ruolo da parte delle associazione coesista con la finalizzazione del proprio agire all’interesse generale e alla costruzione di un insieme di diritti di carattere universale, indisponibili alle logiche di mercato.

Non possiamo non avere presenti le forti spinte a ricomprendere dentro logiche di mercato servizi essenziali quali l’istruzione, la sanità, l’informazione, la previdenza, la distribuzione dell’acqua e la stessa produzione alimentare attraverso le manipolazioni genetiche per la brevettazione dei semi, e, non possiamo far finta di non sapere che le condizioni per stare sul mercato di questi servizi sono la perdita di caratteristiche essenziali quali: l’appropriatezza, l’equità, l’universalità.

Molti di questi temi sono stati affrontati anche alla recente Conferenza nazionale del Volontariato svoltasi a Napoli il 12, 13, 14 aprile 2007 scorso.

L’approccio di fondo è ampiamente condiviso, il volontariato, nella pluralità delle sue espressioni, a seguito di discussioni serrate, a volte anche concitate, ha saputo trovare una sintesi propositiva che può essere ampiamente condivisa. Il nostro contributo in questa discussione è stato elevato e continuerà ad essere tale, a partire dal confronto sulle questioni legate alla manutenzione e armonizzazione legislativa dalla legge 266\91 per arrivare alla revisione del codice civile, rispetto al quale, esprimiamo la nostra preoccupazione su ipotesi di pericolosa omogeneizzazione dell’identità del terzo settore incentrata sulla funzione di “impresa” che ne snaturerebbe in radice l’identità, ma ci conforta la sostanziale unità del forum del terzo settore nel respingere questa impostazione

Le nostre posizioni non possono essere puramente difensive e dobbiamo essere capaci di sostenere una proposta che sia coerente con la storia del terzo settore italiano ma soprattutto con le sue prospettive di sviluppo, che per noi debbono essere funzionali ad obiettivi di rafforzamento della cittadinanza, degli spazi pubblici e dei processi partecipativi etc..

IL FORUM DEL TERZO SETTORE

Per fare questo abbiamo bisogno di luoghi collettivi di rappresentanza

Siamo tra le associazioni che nel 1997 hanno costituito il Forum nazionale del terzo settore e partecipiamo a tutti i forum regionali: La questione della rappresentanza non è un tema risolto ed è il nodo che sottostà ad un andamento a singhiozzo dell’esperienza dei forum. Molte associazioni temono che un ruolo forte del Forum possa offuscare il protagonismo di ciascuno e stenta ad affermarsi la consapevolezza che non c’è alternatività tra le due condizioni e che anzi ne deriverebbe una reciproca valorizzazione e una forte e autonoma identità politico-progettuale

Nessun sostanziale contributo ai processi di innovazione e riforma potrà mai credibilmente venire da singole, ancorché grandi e storiche associazioni, che portando invece, intatto, chiaro e riconosciuto, il valore e la forza del proprio insediamento e della propria storia ad un progetto collettivo vedrebbero valorizzato il proprio ruolo e la propria leadership.

Il forum del terzo settore si identifica per i soggetti che lo compongono e non per le politiche, le campagne, le battaglie che sostiene, e questo è un enorme limite che deve essere superato se vogliamo portare nei processi di riforma e di sviluppo i nostri valori fondativi

I forum possono essere straordinari laboratori di innovazione e di condivisione. Alcuni esempi:

Il tema dell’ambiente è ormai una questione planetaria, alle organizzazioni ambientaliste va riconosciuto il merito di un impegno quasi profetico su questi temi, ma oggi sarebbe un errore se quelle competenze e quelle esperienze non fossero messe a disposizioni di attività che devono coinvolgere, perché gli obiettivi siano conseguiti, l’insieme dei cittadini e delle associazioni

Lo stesso vale per la questione degli anziani: la grande questione antropologica dei Paesi sviluppati, che si riverbera sui destini delle giovani generazioni , coinvolge la quotidianità di tutta la società non può e non deve essere affrontata solo dalle organizzazioni dedicate, ma è indubbio la centralità indiscutibile del ruolo di queste.

Analoghe considerazioni si possono fare per l’immigrazione e aggiungere che i forum dovrebbero essere il luogo in cui si realizza una prima sostanziale integrazione a partire dal riconoscimento che le associazioni degli immigrati e per gli immigrati non si occupano solo delle questioni relative all’immigrazione, ma contribuiscono anche con questa specifica competenza all’insieme delle attività e delle proposte politiche e sociali affinché si possano determinare politiche ed attività realmente inclusive, e capaci di costruire e rappresentare una società multietnica e multiculturale.

E’ questa modalità di relazioni che ci consente per esempio di cogliere alcune stridenti contraddizioni quali il non riconoscere il diritto di voto ai cittadini immigrati che lavorano, versano tasse e contributi nel nostro Paese e riconoscerlo invece a emigranti italiani che vivono da decenni all’estero, o che addirittura sono nati all’estero e contribuiscono a determinare scelte nella politica interna del nostro Paese e nell’utilizzo delle risorse.

In questo modo il terzo settore italiano si affermerebbe non solo e non tanto per come le leggi lo definiscono ma per le politiche di cui sarebbe portatore e per i valori che lo contraddistinguono.

Noi dobbiamo rafforzare le capacità autonome di rappresentanza e pretendere il riconoscimento della nostra soggettività politica. Le alternative sono deprecabili, da respingere senza tentennamenti: o nuove forme di collateralismo con un ruolo ancillare di volta in volta delle istituzioni, della politica, della Chiesa o forme di istituzionalizzazione . così come già si va diffondendo nelle legislazioni regionali con uno svuotamento sostanziale dei processi di confronto e di concertazione perché si mettono in discussione le condizioni di autonomia e libertà di espressione delle associazioni, e delle rappresentanze liberamente scelte.

LA LAICITA’ – IL VALORE DEL DIALOGO

Alla base della costituzione del Forum c’era anche la scommessa del dialogo tra soggetti e culture diverse. Questo filo non si è mai spezzato, spesso si è molto assottigliato ma nessuno di noi si è mai assunto la responsabilità di spezzarlo. Oggi ce n’è bisogno più che mai, e più che mai deve riaffermarsi il valore dellalaicità non come luogo della tolleranza, ma come capacità di creare uno spazio pubblico di confronto, nel rispetto dell’altro e della dignità umana, dove dubbio e dialogo critico formano di per sé uno spazio etico.

Oggi, la grande sfida culturale è evitare di ripiombare, nel XXI secolo, in guerre di partiti religiosi dove si brandisce il nome di Dio per richieste non “negoziabili” e vincolando l’attività politica dei credenti, liberamente eletti da tutti i cittadini e non nominati dalle autorità ecclesiastiche, ad una pretesa di coerenza con le scelte delle autorità religiose, laddove la politica è negoziato, ed anche compromesso tra diverse visioni del mondo. Da queste viene la ricorrente affermazione che la dignità dell’uomo e i suoi diritti fondamentali vengono prima che le leggi dello stato li contemplino, cioè non sono le leggi dello stato a conferire dignità al cittadino (come noi pensiamo dal 1789) ma Dio. E se discendono direttamente da Dio, solo i suoi rappresentanti in terra sono titolati a dire se le leggi dello stato rispondano o no ai diritti naturali. Quasi come se le società laiche non avessero al proprio interno risorse morali sufficienti per costruire un unità durevole. Diritto-dovere dei politici è garantire pari dignità nell’interlocuzione culturale e politica.

Beniamino Andreatta diceva che “ciascuno attinge alla sapienza e cerca di tradurla in azione ma senza la sacrilega intenzione di coinvolgere il nome di Dio nelle proprie scelte.” Dice Ratzinger che la fede in Italia è minacciata. Il senso di questa affermazione richiede un chiarimento: se si esprime una valutazione etico-religiosa relativa alla coerenza dei comportamenti dei credenti, questa appartiene sicuramente al suo ruolo ed ai suoi compiti; se invece si intende far riferimento ad una minaccia che deriverebbe alla fede dalle leggi e dalle istituzioni politiche, allora, sono parole pesanti e che, soprattutto, non trovano riscontro nella realtà. Chiunque viaggi per l’Italia o, solo, si guardi intorno nella propria comunità, assistendo ad una vitalità religiosa che si esprime in mille rivoli nelle pieghe della società, penso che fa fatica a riconoscersi in queste affermazioni. E credo ancora che qualsiasi osservatore straniero, che guardi al cattolicesimo italiano, florido di associazioni, movimenti, gruppi, giornali, televisioni, scuole, ospedali, università, centri caritativi e con una istituzione ecclesiastica ben sostenuta, anche economicamente dal bilancio dello Stato, sbarrerebbe gli occhi di fronte a tali manifestamente infondate affermazioni.

E’ normale che su temi etici, su temi complessi come quelli della famiglia, si confrontino posizioni diverse, anche profondamente diverse ma non è accettabile la rappresentazione strumentale per cui chi è per l’allargamento dei diritti alle diverse forme di convivenza è contro la famiglia e addirittura per questa via si vogliono sottrarre risorse alla famiglia fondata sul matrimonio, portando ad un suo obiettivo indebolimento e svilimento

Speriamo sinceramente che da questo gran parlare scaturiscano scelte concrete di sostegno alle famiglie, di intervento sulle grandi contraddizioni che oggi ne impediscono la piena realizzazione, a partire dal tempo che le famiglie possono dedicare alla cura, alle relazioni, alle funzioni educative; non si può ignorare che la crescente precarizzazione sociale, prima fra tutte quella del lavoro, assorbe sempre più tempo ed energie, questo SI a scapito della famiglia e del suo ruolo.

Dalla Conferenza sulla famiglia di Firenze sono emerse molte proposte concrete e condivisibili, speriamo che trovino spazio nella prossima finanziaria, anche se non possiamo tacere il nostro dissenso nei confronti dell’esclusione delle associazioni degli omosessuali.

Ci siamo occupati dei temi della famiglia e delle politiche familiari nel Forum. Le differenze ci sono e talvolta sono sostanziali ma ci sono anche importanti punti di incontro che costituiscono il valore sul quale scommettere collettivamente. Sul resto ciascuno, liberamente, sosterrà e cercherà di far valere le proprie posizioni nei luoghi deputati.

LA FONDAZIONE PER IL SUD

Il Forum è il luogo in cui può e deve crescere la relazione e la collaborazione tra i vari soggetti associativi, della cooperazione e dell’impresa sociale. La fondazione per il Sud è un ambizioso progetto che si basa su questi presupposti. I risultati non sono ovvi né scontati, tutt’altro.

Il volontariato ha dimostrato maturità e lungimiranza mettendo a disposizione dell’intero terzo settore risorse che, tramite le fondazioni bancarie gli erano destinate. Alle preoccupazioni e ai timori di essere marginalizzati rispetto a soggetti più rilevanti economicamente e più strutturati dal punto di vista organizzativo si deve prestare la massima attenzione, perché non sono irrealistiche, ma questo riguarda in particolare la sensibilità e l’adesione coerente ai principi ispiratori del progetto, delle organizzazioni della promozione sociale, della cooperazione e dell’impresa sociale.

L’infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno è l’obiettivo condiviso dal terzo settore e dalle fondazioni bancarie nella costituzione della fondazione per il Sud. E’ una opportunità per contribuire allo sviluppo del Mezzogiorno partendo dall’esigenza di coniugare nuove strategie per l’occupazione con lo sviluppo dei servizi, l’attivazione delle forze sociali, il risanamento del tessuto locale per il perseguimento di strategie di sviluppo complessivo locale socialmente condivise. In questa prospettiva va affrontato anche il problema della legalità e della sicurezza che a ben vedere non è altro dal problema del risanamento del tessuto sociale e produttivo ma ne costituisce piuttosto una delle facce.

E’ un progetto che opererà concretamente solo nelle regioni meridionali ma è un laboratorio per l’intero terzo settore italiano. E’ una inedita forma di collaborazione con il sistema fondazionale, di cui non possiamo ignorare la rilevanza strategica che va assumendo nella gestione del welfare e più in generale nello sviluppo del Paese. La versatilità dello strumento merita attenzione sia per le opportunità che per i rischi che ad esso possono essere connessi nella ridefinizione dei ruoli e dei pesi nell’ambito del sociale, della finanza, dell’economia.

I CENTRI DI SERVIZIO PER IL VOLONTARIATO

Alla costituzione della Fondazione partecipano anche i Centri di servizio per il Volontariato e anche per questa via si può arrivare a definire chiaramente il profilo operativo dei centri che deve escludere qualsiasi forma e tentazione di rappresentanza politica del volontariato. Questo non significa attribuire ai centri una funzione marginale ma il rigoroso rispetto delle finalità per cui sono stati costituiti e delle norme che, in ragione di questo, regolano la loro attività e il loro funzionamento. È una semplice ma fondativa questione di trasparenza.

Se dalla qualità con cui si sviluppa il terzo settore, e dalle ragioni per cui questo accade, dipende in misura significativa la qualità sociale e dello sviluppo della nostra società, il tema non può essere una nostra esclusiva riserva ma deve riguardare una pluralità di soggetti, la politica, le istituzioni pubbliche e non solo, il sindacato.

IL SINDACATO

Fino a pochi anni fa il rapporto con il sindacato è stato complesso, talvolta conflittuale ma un confronto che non si è mai interrotto ha portato ad evoluzioni e riconoscimenti reciproci molto significativi. Uno per tutti, oltre i numerosi protocolli a livello territoriale, la costituzione dell’osservatorio sulla legge 328/00 con Anci, Upi, Lega delle autonomie locali che ha tra le proprie prerogative non solo quella di monitorare lo stato di attuazione della riforma (a dir poco deprimente) ma definire valutazioni e interventi condivisi.

Nel rapporto tra terzo settore e sindacato è necessario prendere atto di alcune condizioni “oggettive” di contesto:

  • la gestione dei servizi da parte del no-profit, in particolare quelli alla persona, si avvia a diventare, spesso lo è già. normale e prevalente prassi gestionale su tutto il territorio nazionale;
  • la legge 328/00 ha pienamente recepito e rilanciato questa tendenza, prevedendo la partecipazione del terzo settore alle fasi di programmazione e progettazione dei servizi;
  • il nuovo articolo 118, ultimo comma della Costituzione, dà piena legittimazione al ruolo del terzo settore, laddove afferma: “Stato, regioni, province, comuni e città metropolitane, favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà”, superando una visione esclusivamente pubblicistica.

Il terzo settore deve riconoscere l’importanza del sindacato, il suo ruolo imprescindibilmente legato allo sviluppo dei diritti di cittadinanza e del lavoro ma anche il sindacato deve riconoscere che le forme di autorganizzazione dei cittadini sono sempre più plurali e concorrono ad una redistribuzione di funzioni, di responsabilità e di poteri di cui non si può non tener conto.

E’ a partire da questo dato di realtà che si debbono intensificare ulteriormente le relazioni tra sindacato e terzo settore, per arrivare a riconoscere reciprocamente la naturalità delle relazioni, che in qualche occasione potrebbero essere anche conflittuali, ma non per questo debbono essere rifiutate.

Occuparsi di welfare e di sviluppo, di lavoro e di qualità della vita, significa per il sindacato avere relazioni anche con il terzo settore e quindi la necessità di avere una propria idea della evoluzione e del ruolo del terzo settore. Riflettere insieme sulle forme e le modalità della rappresentanza è necessario per evitare sterili e deleterie conflittualità. Consolidare il difficile processo di riforma politica, sociale e istituzionale, timidamente avviato nel nostro Paese ma ancora fragile ed esposto ad involuzioni particolaristiche rivendica il rifiuto di una sorta di autosufficienza o di solitudine nell’operare che sarebbe oltre che inefficace, in palese contraddizione con quel riconoscimento del valore e della fecondità delle relazioni che ci accomuna. L’adagio secondo cui “l’unione fa la forza” credo che conservi pienamente il suo valore.

In particolare per quel che ci riguarda i rapporti non possono che essere facilitati, pur non nascondendociin particolare, per quanto riguarda lo Spi, che il rivolgersi agli stessi soggetti, può complicare le relazioni, pur nel rispetto di ruoli diversi, e questo è oggetto approfondita riflessione già iniziata, per la ridefinizione e attualizzazione del protocollo d’intesa Cgil, Spi, Auser firmato il 16 novembre 1999.

L’INVECCHIAMENTO ATTIVO

Il bilancio che possiamo fare di noi, sostanzialmente positivo, ci deve far concentrare però, sulle criticità che ancora persistono, in particolare la razionalizzazione e il rafforzamento delle direzioni comprensoriali. E’ lo snodo più delicato nella effettiva capacità di essere rete. Troppo spesso, a questo livello, l’urgenza del fare ci fa accantonare l’obbligo alla responsabilità del pensiero. Dobbiamo riappropriarci della responsabilità di pensare. È un diritto, ma è anche un dovere di coerenza e di efficacia dell’azione: numerose possono essere le strade: dall’accorpamento dei servizi amministrativi, ad un utilizzo più solidale e condiviso delle risorse, per definire una diversa e più forte capacità organizzativa e di direzione ecc. L’unica cosa che non si può fare è rimuovere la questione.

Dal punto di vista politico ci stiamo impegnando a sostegno del progetto sull’invecchiamento attivo. E’ il nostro particolare contributo ad una nuova idea di sviluppo che si misuri anche sulla crescita culturale, sociale, sulla solidità e diffusione delle relazioni come condizione di coesione , di inclusione e di benessere sociale, e non solo sui dati puramente economici..

Questa nuova idea di sviluppo deve saper valorizzare tutte le risorse della società, non solo quelle direttamente economiche; nessuno può permettersi di dissipare, come ora avviene, l’immenso giacimento di competenze e di tempo liberato dal lavoro, e/o dagli impegni di cura, che gli anziani rappresentano.

La capacità e volontà di rimettere in circolo e riconoscere fuori dal mercato del lavoro, questi beni, costituisce una cartina di tornasole importante, anche dell’idea di sviluppo e di società di questo governo.

Noi non condividiamo l’ipotesi, che qualche volta si affaccia, di un utilizzo degli anziani in relazione diretta ed individuale con gli enti locali, perché troppo forte è il rischio di scorciatoie, in particolare nella sostituzione di lavoro retribuito e perché, per questa via si perderebbe la vera essenza del progetto: sviluppare le capacità di creatività, socialità ed autorganizzazione delle persone anziane, ampliare le occasioni e gli spazi della partecipazione e del dialogo, l’esercizio della cittadinanza come consapevolezza di sé e dei propri diritti in relazione alle responsabilità che ne conseguono, la cittadinanza è partecipazione, confronto con l’ente pubblico, non dipendenza.

Il progetto deve avere una rilevanza emblematica ed esemplare, e per questo deve essere favorito e incentivato, attraverso un riconoscimento simbolico che testimoni però l’apprezzamento e il valore, della e per la comunità di questa scelta, ma in nessun caso deve essere messo in relazione, per quel che ci riguarda, con interventi di sostegno al reddito da pensione a alle possibilità e modalità di pensionamento. Sono fondamentali invece tutte le attività di supporto: dall’informazione alla formazione, nel periodo immediatamente precedente al pensionamento, nei luoghi di lavoro, sia per il significato culturale della scelta e del rilievo che ne risulterebbe attribuito da tutti gli attori sociali (sindacato, datori di lavoro, istituzioni ecc.) , sia perché è la condizione più favorevole per coinvolgere tutti i potenziali interessati. Le implicazioni sono molteplici: dallariprogettazione di uno nuovo ruolo nella comunità, risolvendo il problema dell’anomia sociale che spesso consegue al pensionamento, all’opportunità di crearsi nuovi luoghi di relazione in sostituzione di quelle rappresentate dal lavoro che, con il pensionamento, vengono meno, dall’evidenziare e dare concretezza al nesso tra qualità sociale e benessere individuale e collettivo, al rilevante contributo in termini diproduzione di senso di sicurezza, di appartenenza.

Altre associazioni stanno lavorando su questo tema, in particolare le Acli ci hanno proposto di collaborare e noi ben volentieri accettiamo il loro invito.

CONCLUSIONI

Questo è Auser, una bella interazione tra pensiero e azione, tra identità e produzione di senso, non siamo privi di contraddizioni, ma sono isolate e entro la normalità fisiologica, la direzione di marcia è inequivocabile e alimentata da passione e tensione ideale, da relazioni interpersonali basate sulla stima, il rispetto, spesso l’amicizia; chi dissente non è mai un nemico da combattere, ma un leale compagno di strada con cui confrontarsi, è un patrimonio inestimabile da non disperdere, è la base del nostro successo.