|
Primo Bilancio sociale Auser
Milano,
28-29 Maggio 2003
RELAZIONE DI MARIA GUIDOTTI
I risultati del Tesseramento, che
anche nel 2002 sono stato positivi, seppure con una
flessione nel trend di crescita, sono, per un' organizzazione
come la nostra, il primo indicatore della validità del
progetto associativo e della rappresentatività dell'associazione.
Non meno rilevante è, peraltro, il livello di
partecipazione attiva alla vita associativa delle socie
e dei soci e delle volontarie e dei volontari, che
non deve limitarsi alle attività più tradizionali
e generalmente condivise, ma aprirsi anche all'autorganizzazione
concordata di piccoli gruppi d'interesse e di impegno
specifici, che possono anche divenire lo strumento
più dinamico e innovativo dei nostri rapporti
con il territorio. Un terzo indicatore di qualità,
per il quale pure si registra una tendenza alla crescita, è dato
dalla convivenza e dall'intreccio, sin dalle strutture
di base dell'associazione, di attività diverse,
che offrono una possibilità d'impegno molteplice
alle persone e che si alimentano vicendevolmente, in
una prospettiva comune di sviluppo delle relazioni,
della solidarietà, della cittadinanza attiva.
E' appunto per rafforzare e dare spazio e agibilità a
queste tendenze che si sono adottate le riforme statutarie
e organizzative approvate dalla Conferenza di organizzazione.
In questo quadro, va evidenziata e valorizzata la crescita
anche qualitativa delle attività svolte
dall'Auser nell'anno trascorso, che ha sollecitato
ed è stata resa possibile anche da un rilevante
aumento del numero dei volontari. Un fatto, questo,
che pur in forme e gradi diversi, ha interessato l'intero
territorio nazionale e che è stato qualitativamente
sostenuto da un incremento delle attività di
formazione per le volontarie e i volontari e per la
preparazione al pensionamento attivo. Attività di
educazione non formale finanziate, perlopiù,
dai centri di servizio per il volontariato, ma anche
da progetti finanziati dalle istituzioni locali e regionali,
come il "laboratorio esperienziale e di progettazione
sociale" della Campania, che diverrà operativo
a partire dal prossimo settembre; o anche finanziati
dallo Spi, come quello di Taranto, rivolto al reinserimento
sociale di adulti pre-pensionati. Quest'attività formativa,
a carattere promozionale, che si aggiunge quelle tradizionali,
più tese all'arricchimento delle conoscenze
specifiche delle volontarie e dei volontari, è curata
da Servizi nuovi, in collaborazione con il nostro settore
di Studi e ricerche. Essa è stata avviata con
l'organizzazione di un "laboratorio esperienziale" a
Roma, finanziato dal nostro regionale e sarà prossimamente
esteso a La Spezia, Rimini e al Friuli. Dall'insieme
di queste esperienze sarà possibile trarre delle
conclusioni, riguardo all' opportunità di proporli
come modalità estensibile a tutta l'organizzazione.
Questi positivi andamenti hanno anche consentito una
crescita dell'immagine pubblica dell'Auser, che si è positivamente
riflessa nei nostri rapporti con le istituzioni, il
sindacato, le associazioni e le loro sedi di rappresentanza,
i centri di servizio del volontariato, gli organi di
informazione.
Non voglio prospettare, con queste
osservazioni, un bilancio trionfalistico. Ma, indubbiamente,
il segno complessivo è positivo e indicativo
di grandi possibilità di crescita ulteriore
della nostra associazione.
Fa più che ben sperare,
in tal senso, il salto di qualità del "Filo
d'argento",
che è stato reso possibile dall'esistenza di
un progetto fortemente strutturato, dall'avvio di un
regolare funzionamento dell' "area tematica", dalla
costruzione della rete telefonica nazionale, dotata
di numero verde, che collega 68 nodi locali (a cui
presto se ne aggiungeranno altri 14) che, integrandosi
con il call center nazionale, coprono un
orario di ascolto di almeno 10 ore per cinque giorni
la settimana, con già oltre 2.200 volontari
specificamente dedicati. Progetti di telefonia sociale
organici al "Filo d'argento" sono stati finanziati,
attraverso l'apposito fondo nazionale ripartito alla
Regioni, da Liguria, Emilia-Romagna, Umbria, Puglia.
Per il funzionamento del "Filo d'argento" sono
state definite procedure condivise di ascolto e registrazione
dei casi, necessarie per garantire uno stile operativo
di qualità comune per tutte le nostre strutture;
e per l'alimentazione di una banca dati computerizzata
sul disagio sociale emergente nei territori, relativo
alle vecchie e nuove povertà degli anziani.
Noi consideriamo questo uno strumento indispensabile
per progettare al meglio le nostre attività,
per dare credibilità e maggior peso alla nostra
partecipazione alle sedi di confronto istituzionale
e anche per dare un contributo conoscitivo e sinergico
alla vertenzialità territoriale del sindacato.
Questo complesso di procedure è,
inoltre, positivamente caratterizzato dall'equilibrio,
che è stato raggiunto dopo un serrrato dibattito,
tra esigenze di uniformità nazionale e di riconoscimento
e valorizzazione delle differenze storico-territoriali,
che qualificano il nostro paese e le nostre organizzazioni.
In relazione alle attività del
Filo d'argento e ai diversi ruoli che in esso svolgono
i volontari - ascolto, registrazione metodica e valutazione
del caso, concordamento degli interventi, intervento
nelle dinamiche personali e relazionali, svolgimento
di singole prestazioni etc. - si è, in particolare,
evidenziata l'indispensabilità e complessità del
problema formativo, che deve esplicitarsi su piani
diversi: motivazionale e valoriale, dell'attitudine
e delle tecniche di relazione, delle abilità operative
specifiche.
La formazione è indispensabile
per evitare esiti di insuccesso e di frustrazione dei
volontari. E dev'essere particolarmente intensa e qualificata
per interventi di specifica gravità e delicatezza
come, ad esempio, l'assistenza alle vittime di violenze,
che è tra i compiti che già da qualche
tempo effettivamente alcuni "fili d'argento" svolgono.
Anche nell'ambito dell'educazione degli adulti è stata
avviato un regolare funzionamento dell'area tematica
con riunioni locali, regionali e nazionali, che hanno
consentito di elaborare il progetto "la
città che apprende" e la "Carta auser per il
diritto all'educazione permanente", che saranno oggetto
di discussione nella giornata di domani. E' stato,
inoltre, attivato uno specifico spazio informativo,
potenzialmente interattivo, nel sito www.auser.it ed è già giunta
al terzo numero la news letter dedicata ai
nostri operatori nel settore.
L'impegno che sentiamo come particolarmente
nostro è di offrire un'occasione di crescita
culturale a persone che non hanno un livello d'istruzione
già elevato e che maggiormente rischiano di
essere catturate e omologate dal consumismo culturale,
proposto dai mezzi di comunicazione di massa. Noi partiamo
dal presupposto che ogni persona, per la vita stessa
che ha vissuto, è in vario modo depositaria
di saperi, di interessi, di bisogni culturali, da cui
occorre partire per costruire processi che li soddisfino
e li arricchiscano, a supporto di una non interrotta
crescita umana e civile. Non, dunque, un mero consumo
di cultura, sia pure di migliore qualità di
quella proposto dai mass-media, ma pur sempre di cultura "altra" dalla
vita; ma scavo e apprendimento personale e interpersonale,
atti a collegare intimamente il sapere all'essere e
l'essere al fare, alla luce di due elementi fondamentali:
la coscienza di sè come soggetto e oggetto di
una interrelazione necessaria con gli altri e con la
natura; e la coscienza del tempo storico, entro cui
concretamente ciascuno vive e opera. Delle esigenze
del nostro tempo, la "Carta auser per il diritto all'educazione
permanente" propone una lettura che ha più l'ambizione
dell'evidenziazione dell'essenziale che della completezza
e che traguarda alle prospettive, di fatto inseparabili,
del perseguimento di una "buona vita" personale e di
relazione e della partecipazione alla costruzione di
una "buona società". Nell'ultimo anno si sono
sviluppate e arricchite le nostre iniziative di solidarietà internazionale.
Nell'Auser esiste da tempo, in questo ambito, una tradizione
di impegno, che tuttavia si è spesso risolto
in raccolte di fondi per il finanziamento di progetti
altrui. Da qualche tempo abbiamo avviato anche progetti
nostri o in partnership con altre associazioni,
che in alcuni casi hanno comportato anche l'invio di
volontari. Io penso che queste forme di coinvolgimento
più diretto nei progetti di solidarietà internazionale
siano molto importanti per far maturare in chi vi opera,
ma di riflesso in tutta l'associazione, una più precisa
conoscenza e consapevolezza delle situazioni che, anche
in ragione di un mondo sempre più globalizzato,
interpellano in modo sempre più pressante le
nostre responsabilità. Noi dobbiamo promuovere
attivamente un censimento di persone disponibili e
qualificate a svolgere attività di volontariato
nella cooperazione internazionale, per costituire una
riserva a cui poter attingere, secondo necessità,
per la realizzazione di specifici progetti.
Le tre
cose concluse più importanti
sono:
1. il progetto in Moldova, che ha
dato luogo a tre successivi interventi: il primo,
a carattere strettamente emergenziale, si è concretizzato
nell' invio di generi alimentari e di igiene personale
a una casa di riposo e a un orfanotrofio; il secondo
nella costruzione di un impianto di riscaldamento in
una scuola; il terzo nell'invio invio di volontarie
come istruttrici, per insegnare alle donne locali a
intraprendere e svolgere attività di sartoria
e a attivare microimprese, al fine di combattere
i fenomeni di prostituzione);
2. il progetto in Sarawi di finanziamento,
in collaborazione con la Fondazione Carlo Giuliani,
di una scuola, che è stata a lui dedicata;
3. il progetto a Cuba, realizzato
nell'ambito del programma di sviluppo territoriale
dell'Onu, che è consistito
nella progettazione e nel cofinanziamento di una
casa sociale per anziani, ma aperta all'intera comunità,
che, anche autofinanziandosi con piccole attività agricole
e artigianali, rappresenta un'esperienza fondata
su principi di autogestione, per Cuba del tutto inedita.
Il progetto è stato, nondimeno,
assunto dal governo cubano come modello per altre
case da realizzare in ogni municipio.
A questo sviluppo vogliamo continuare
a contribuire, d'intesa con gli organismi preposti
delle Nazioni Unite, anche al fine di favorire una
evoluzione di quel regime verso una tutela delle conquiste
sociali conseguite in un quadro di pieno rispetto delle
libertà civili e politiche. Per i nuovi impegni
nell'ambito della cooperazione internazionale, riteniamo
che debba essere riconosciuta una priorità all'aiuto
alle popolazioni irakene, a favore delle quali siamo
già impegnati,
in partnership con Intersos, per la ricostruzione a
Bagdad di una casa di riposo devastata dai saccheggi.
L'area tematica della solidarietà internazionale
non ha, inoltre, mancato di attivarsi anche in Italia,
attraverso la costruzione in tempi non burocratici
di una scuola per i terremotati del Molise.
In tempi
di globalizzazione e come antitodo ai rischi di omologazione
individualistica ai modelli di consumo e di vita indotti
dal mercato, si va sempre più evidenziando,
anche in Italia, l'importanza della rivitalizzazione
delle relazioni interpersonali e comunitarie e del
radicamento territoriale delle associazioni, dei sindacati,
dei partiti, delle istituzioni. E si evidenzia, in
questa prospettiva, l'importanza decisiva della riattivazione
e di un più vasto
insediamento in spazi dedicati (circoli, camere del
lavoro, sezioni, centri di cittadinanza) che siano
il luogo di riferimento, il laboratorio sperimentale,
la sede ordinaria di attività e di politiche
sociali per il territorio e la comunità locale.
Naturalmente, la comunità è composta
di individui, ma di individui che regolano le proprie
relazioni con gli altri, nella coscienza che tali relazioni
non sono puramente eventuali e accidentali, ma necessarie
ai fini del costituirsi dell'identità e del
conseguimento del ben-essere di ciascuno, qual è conseguibile
solo nel quadro di una "buona società".
I diversi
attori individuali della vita associativa, nelle sue
varie forme e articolazioni, sono indubbiamente portatori
di bisogni, aspettative, concezioni e progetti di vita
propri, ma certo non concorrono a costruire quella "buona
società",
di cui pure hanno una vera necessità, se concepiscono
e praticano l'associazionismo come pura coalizione
tra simili (al modo, per intendersi, delle lobby )
piuttosto che come ricollocazione di sé in un
quadro di relazioni ampie, comunitarie, entro cui acquistano
un peso decisivo l'interazione con il diverso e la
ricerca di soluzioni condivise e sinergiche. L'individuo,
come noi lo intendiamo, non si omologa alla comunità,
ma opera sempre nella consapevolezza della sua appartenza
libera, ma anche necessitata, ad essa. Soprattutto
nel mondo moderno e globalizzato si può, naturalmente,
uscire dalla propria comunità originaria, ma
non recidere con essa ogni legame interiore, contratto
fin dalla nascita; e se ne può uscire solo per
entrare, di fatto e in modo progressivo, in diverse
trame di relazioni interpersonali e comunitarie.
I
dati raccolti per il "Bilancio sociale" documentano
un'ampia presenza dell'Auser nei territori e una varietà di
attività di volontariato, di socializzazione,
di educazione degli adulti che in essi hanno luogo
e che in vario modo contribuiscono a creare legami
sociali e comunitari. Attività che si avvalgono
anche di apporti intergenerazionali, ma che essenzialmente
si caratterizzano, secondo la specificità della
nostra associazione, dal muovere innanzitutto dal punto
di vista delle persone anziane e dalla volontà di
valorizzarne il protagonismo sociale e civile.
Questa
varietà corrisponde
sicuramente, in parte, a specificità locali.
Ma non credo che possiamo accontentarci di questo convincimento
generico e non interrgarci su quali possano essere
i criteri per progettare al meglio la nostra presenza
e le nostre attività in relazione alle condizioni,
alle potenzialità, alle esigenze di ciascun
territorio.
Un criterio fondamentale in tal senso
mi pare che possa scaturire dal considerare le nostre
unità di base come "presidi nel territorio contro
le solitudini". Senza pretendere di tracciare un quadro
completo e esaustivo, penso che si possano indicare
alcune principali tipologie di solitudine, che sono
variamente presenti nei territori. Si può partire
dalle solitudini che possiamo dire statistiche, che
corrispondono alla rilevazione delle persone che vivono
sole. I dati relativi a questa condizione abitativa
non sono, peraltro, tra le più significative,
perché non distinguono tra una condizione voluta
e una condizione subita; non dicono nulla della trama
di relazioni affettive, familiari, amicali, di prossimità,
di interessi condivisi, entro cui queste persone sono
o meno inserite e solidarmente partecipe; né colgono
situazioni di effettiva solitudine domestica in cui
possono sostanzialmente vivere giovani, anziani e anche
coniugi, pur anagraficamente conviventi. E' tuttavia
certo che esistono anche situazioni di persone che
vivono da sole senza o quasi relazioni significative
con altri. Ed esse sono spesso assistite da immigrate
che sono anch'esse, spesso, persone sole, malpagate
e mal tutelate e, con il tempo, sempre più anziane.
E' una questione acuta, che non può essere esclusa
dal nostro orizzonte, ma al quale è ben difficile
che per questo si possa fare qualcosa di realmente
significativo, fuori di un quadro di complessiva ritessitura
delle relazioni sociali, capace di dar vita a un rinnovato
sistema di welfare. Io penso che sia questo l'asse
strategico del progetto dell'Auser, che ci impegna
a una linea di azione sempre qualificata e per noi
sostenibile. Le persone sole, dicevo, sono sicuramente
le più esposte rispetto a un secondo tipo di
solitudine, che può tuttavia colpire anche nuclei
familiari ben più consistenti e coesi: e cioè la
solitudine di fronte alle emergenze per così dire
straordinarie della vita come la perdita di un familiare
di riferimento e/o della sua possibilità di
produrre un reddito, la malattia e/o la non autosufficienza
temporanea o cronica di un componente della famiglia,
la presenza in famiglia di un alcolizzato o di un tossico,
un rilevante danno patrimoniale etc. Se per fronteggiare
queste situazioni è per
lo più necessario un concorso della solidarietà pubblica,
attraverso l'erogazione, nel quadro di progetti personalizzati
e concordati, di sussidi monetari e di servizi garantiti
dalla fiscalità generale; l'aspetto più specifico
della solitudine – che gli aiuti materiali in conclusione
non risolvono - resta affidato soprattutto all'azione
solidale delle reti parentali, amicali, di prossimità,
nonché all'associazionismo familiare, di volontariato,
di promozione sociale. Un terzo tipo è la solitudine
metropolitana, dell'individuo che vive in relazione
passiva, anonima con una folla di altri individui in
continuo movimento, in spazi dove non ci sono luoghi
pubblici per la sosta, per l'incontro, per lo scambio
di esperienze, per il confronto delle idee.
Un quarto
tipo è la solitudine
del consumatore di beni, di servizi, di spettacoli,
d'informazione, di fitness, di vacanze e di viaggi.
Il menu se illusoriamente si astrae dall'ammontare
e dalla distribuzione dei redditi - è virtualmente
illimitato; ma sono le convenienze dei produttori che
danno un'identità ai bisogni, in forme individuali
di massa, che generano l'apparenza della scelta libera
e consapevole, ma che di fatto pongono sempre più in
ombra valori come le relazioni solidali, l'identità costruita
secondo un progetto di vita, il godimento dei beni
comuni, la salute, la felicità.
La subordinazione degli individui
e delle comunità al consumo eterodiretto è effetto
e causa della solitudine culturale; e in particolare
del fatto che valori, simboli, modelli di vita, assunti
e manipolati nell'universo delle merci, hanno sempre
capacità forza autonoma di conservazione, di
trasmissione intergenerazionale, di sviluppo innovativo.
Questa perdita di autonomia culturale della società,
che segna il trionfo del consumismo, è anche
all'origine della solitudine politica, dell'incapacità di
elaborare contenuti e strategie per una società più fraterna,
più giusta, più libera.
In queste condizioni
la politica si riduce alla tutela delle ragioni del
mercato e alla conquista del consenso dell'elettore-consumatore.
Tutte queste forme di solitudine sono, io penso, presenti
a tutti noi. Ma tutti sappiamo anche che la società reale
non si riduce a esse. Non potrebbe sopravvivere. Essa
ha invece risorse radicali di consapevolezza, di passione,
di generosità,
di creatività, di fiducia nelle possibilità di
costruzione di un mondo migliore. E' a queste risorse
che si può attingere
per combattere le solitudini. Ma a questo scopo non
esistono ricette che possano prescindere, per usare
un'espressione "antica", da un' "analisi concreta delle
situazioni concrete". Se l'ambito di questa operazione
sono i territori e le comunità locali, si deve
sapere in concreto quali siano, in ciascun caso, le
ricchezze relazionali e le solitudini a cui ci si deve
riferire. Un centro territoriale dell'Auser, inteso
come presidio contro le solitudini di un determinato
territorio e di una determinata comunità locale,
non può accontentarsi
di definirsi secondo questa missione generica, ma deve
esplicitare, secondo la situazione specifica in cui
opera, quali solitudini vuole contrastare e come. Un
esempio d'analisi differenziale, che mi sembra meritevole
di segnalazione, è contenuto
nell'ultimo capitolo, intitolato "ripensare il Sud",
del volumetto di Mario Alcaro "Economia totale e mondo
della vita", edito dalla collana La Talpa del Manifesto.
Il tema del libro è la democrazia partecipata.
L'analisi differenziata evidenzia, per il Sud, una
solitudine politica (per esprimermi in termini omogenei
a quanto sin qui detto) che, più che sui processi
sopra descritti, scaturisce da radici antiche di sfiducia,
riguardo alla capacità delle istituzioni pubbliche
di perseguire l'interesse generale. La democrazia partecipata
o cittadinanza attiva possono –riassumo liberamente-
far leva nel Sud su un tessuto sociale assai meno logoro
che in altre parte del mondo sviluppato; ma a condizione,
evidenzia l'autore citando Bauman, di inventare un'arte
capace di ‘trasformare i problemi privati in questioni
pubbliche'.
Non intendo approfondire ulteriormente
questo tema, ma penso che potremmo cercare di farlo,
a tempo debito, insieme. Quel che mi pare certo è che
serva definire orientamenti e criteri che possano valere
a specificare sempre meglio, nel quadro dei nostri
indirizzi generali, le forme e le missioni specifiche
del nostro insediamento territoriale; e che in questo
senso deve e può riprendere slancio anche il
nostro impegno a considerare, in termini di analisi
e di proposte, la specificità tutt'altro che
superata della "questione meridionale". Un'analisi
differenziata delle ricchezze relazionali e delle solitudini
emergenti nelle diverse comunità locali può verosimilmente
aiutarci anche a una valutazione di alcune caratteristiche
non scontate della nostra associazione, emerse dall'indagine
per il "Bilancio sociale". Faccio solo qualche esempio,
dato che su queste questioni discuteremo più approfonditamente,
oggi sulla base delle comunicazioni di Alessandro Montebugnoli
e di Mirella Lattanzi e certamente anche in occasioni
future.
I dati a cui mi riferisco sono, ad
esempio, l'assoluta rilevanza della partecipazione
femminile e le diverse propensioni all'impegno volontario
e nella scelta delle attività da parte di donne
e uomini; una non trascurabile presenza giovanile,
che segnala un aspetto del nostro impegno integenerazionale,
per altro fortemente espresso nelle diverse forme della
nostra presenza nelle scuole e nella collaborazione,
spesso praticata, con organizzazioni giovanili; l'età dei
partecipanti alle cosiddette università della
terza età, per le quali, in realtà, si
registra una frequenza di gran lunga maggiore di adulti
e giovani, piuttosto che di ultrasessantacinquenni.
E' importante capire se fatti di questo tipo riflettano
i processi sociali o se semplicemente appartengano
alle storie e alle scelte soggettive delle nostre organizzazioni.
Per dare adeguato impulso alla nostra rete di centri
territoriali, siamo impegnati a completare quanto prima
il processo di strutturazione delle aree tematiche
decise alla Conferenza di organizzazione con la costituzione
dell'area tematica dei centri di socializzazione. Il
nostro nuovo assetto statutario e organizzativo ci
consente anche di dispiegare appieno le potenzialità della
nostra associazione riguardo alle attività turistiche
autorganizzate, di cui dobbiamo soprattutto valorizzare
le finalità di
relazione e di conoscenza, di occasione per la presa
di coscienza di realtà umane, sociali, culturali,
ambientali, da cui possano derivare nuovi stimoli all'azione
e all'interazione solidale. In tal modo il turismo,
destinato ai nostri soci, senza perdere affatto il
suo aspetto ricreativo, non costuisce più una
pura parentesi d'evasione ma un fattore di crescita
complessiva delle persone e della qualità delle
loro relazioni. Un viaggio riuscito non deve semplicemente
riportarci al punto di partenza, ma dev'essere un'esperienza
che ci consente, per un qualche verso, una nuova partenza.
Un'attività turistica, che
trae impulso da queste motivazioni, si configura come
un esempio di economia sociale, capace anche di sostenere
significativamente le nostre attività di solidarietà.
Nel considerare le nostre attività e
il nostro impegno, non possiamo disinteressarci del
contesto anche politico in cui viviamo e agiamo. Si è tenuta
nei giorni scorsi un'importante tornata amministrativa,
che è stata
preceduta da una campagna elettorale, che Berlusconi
ha cercato di caratterizzare come un appello, addirittura,
contro il pericolo comunista. Che cosa Berlusconi intenda
per "comunista",
lo ha chiarito senza possibilità di equivoci
quando ha definito "bolscevica" la Costituzione, in
riferimento ai diritti sociali da essa sanciti e, più complessivamente,
alla prevalenza che essa accorda all'interesse generale
rispetto agli interessi privati.
Comunisti e pericolosi
sono, dunque, per Berlusconi, tutti quelli che si riconoscono
nella Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza.
Muovendo da questi presupposti il governo chiede, attraverso
un'imponente serie di deleghe, mano libera per procedere
a un riassetto sociale lesivo delle conquiste di decenni
di lotte sindacali, sociali, democratiche. Prima fra
tutte, per importanza e gravità, la delega in
materia fiscale, per l'abbattimento della progressività del
prelievo, sancita dalla Costituzione; abbattimento
che, integrandosi con i vincoli posti alla finanza
locale, mira ad un tempo ad accrescere la ricchezza
di pochi e a ridurre drasticamente le tutele universali
e a favore dei più deboli
e dei meno abbienti.
La delega per la riforma delle
pensioni per l'introduzione di disincentivi, ai fini
di un abbattimento dei rendimenti pensionistici in
via immediata o attraverso l'innalzamento dell'effettiva
età di pensionamento;
e che attraverso la decontribuzione pei i nuovi assunti
mette in discussione sia le pensioni future che quelle
in essere.
La delega per la deregolazione delle
condizioni di lavoro sotto il profilo delle norme di
sicurezza. La delega che stravolge, a favore
della discrezionalità del governo, il sistema
di vigilanza a tutela dell'ambiente. In altre materie
siamo già ben
oltre la delega. L'Italia è il solo paese al
mondo a ridurre l'obbligo scolastico, mentre viene
reintrodotta l'alternativa precoce, tipicamente classista,
tra prosecuzione degli studi e addestramento professionale.
Quanto alla sanità, è lo stesso ministro
Sirchia che, in un momento d'impeto dichiara: "Stiamo
distruggendo la sanità pubblica".
In questo
quadro - tratteggiato al netto del conflitto, pur rilevantissimo,
tra Berlusconi e l'ordinamento giudiziario – non possiamo
non auspicare che il referendum sull'art. 18, che si
svolgerà domenica
prossima, dia un risultato utile a contrastare chi
vuole ridurre i diritti: come certamente non sarebbe,
se ci fosse un'affermazione parziale o piena del "no".
Al fine di contrastare l'attuale deriva, anche il Forum
del terzo settore è di fronte
a responsabilità ineludubili. Nei pochi anni
dalla sua costituzione, il Forum ha acquisito un ruolo
importante nelle relazioni con le istituzioni pubbliche
e con gli altri soggetti sociali, che ha avuto formale
riconoscimento in atti come la firma del protocollo
con il governo Prodi e la sottoscrizione del "Patto
per lo sviluppo" con il
governo D'Alema.
Negli stessi anni, il Forum è molto
cresciuto anche quantititativamente, non ultimo per
un consistente aumento delle associazioni che ne fanno
parte. Questa crescita, che ha arricchito
anche la varietà dei soggetti associati, non è solo
motivo di soddisfazione, ma anche di una riflessione
necessaria per il futuro del Forum. Si tratta, in sostanza,
di capire se e quanto l'obiettivo di una crescita quantitativa
della rappresentanza sia compatibile con la sua qualità,
e cioè, in primo luogo, con una coerenza dell'azione
del Forum e delle associazioni aderenti con i valori
e gli obiettivi, che sono alla base del Forum stesso,
di tutela e ampliamento dei diritti delle persone,
di valorizzazione delle loro risorse personali e di
relazione, d'accrescimento della socialità,
di riqualificazione e sviluppo del welfare, di rilancio
di politiche solidaristiche e redistributive. E' sulla
base di questi obiettivi che si dovrebbe ridefinire
il patto associativo tra le associazioni e il profilo
di rappresentanza del Forum. L'adesione a un modello
di welfare, caratterizzato dalla partecipazione attiva
dei cittadini alla vita comunitaria e pubblica e da
una redistribuzione sociale della ricchezza necessaria
alla salvaguardia e allo sviluppo dei diritti di cittadinanza,
rappresenta un fattore ineludibile di possibile convergenza
o di necessaria distinzione tra soggetti associativi
e di rappresentanza.
Oggi, i soggetti di terzo settore
sono sempre più implicati nella riorganizzazione
del welfare e nel ridisegno delle sue funzioni e dei
suoi obiettivi. Le politiche di progressiva riduzione
delle risorse per il finanziamento dello Stato sociale,
coerenti con la prospettiva di una crescente privatizzazione
dei servizi alle persone e alle comunità, in
parte sostenuta monetariamente con buoni e sgravi fiscali,
attentano all'idea stessa di uno sviluppo concertato
e integrato dei servizi nel territorio, come previsto
dalla legge-quadro sull'assistenza; e minacciano di
snaturare i soggetti del terzo settore, spingendoli
ad un'attività gestionale di taglio economicistico,
incompatibile con quello che dovrebbe esserne invece
il tratto distintivo: l'attenzione prioritaria alle
persone, alle loro necessità, alla valorizzazione
delle loro risorse personali e di relazione.
Questo
conduce, tra l'altro, a rendere sempre meno visibile
e significativo il confine tra profit e non
profit , come testimonia anche il dibattito che
si sta sviluppando su una eventuale funzione "sociale" (distinta
da quella propriamente inerente alla funzione economica)
dell'impresa profit ; e sulle possibili forme
della sua incentivazione e del suo riconoscimento. La
responsabilità sociale delle imprese ha, a mio
avviso, ampio spazio per manifestarsi nel garantire
nel tempo il proprio sviluppo, rispettando i diritti
dei lavoratori (non ultimi alla sicurezza e alla salute)
e l'ambiente, piuttosto che nella ricerca di nuove
occasioni di profitto nell'ambito dei servizi sociali,
a scapito della tutela dei diritti universali dei cittadini.
Un rischio di perdita d'identità e
d'autonomia del terzo settore nasce anche, in misura
rilevante, dalla diversità di orientamento tra
le associazioni, tra chi pratica o comunque ritiene
compatibile la coesistenza di rappresentanza politica
e associativa e chi, invece, considera questo doppio
livello di responsabilità come distorsivo e,
spesso, persino illegittimo. La questione centrale
che abbiamo di fronte riguarda la qualità e
le prospettive del nostro rapporto con le istituzioni
pubbliche: se dobbiamo puntare a utilizzare comunque
gli spazi offerti dalla crescente esternalizzazione
e privatizzazione dei servizi; o se dobbiamo rivendicare
la possibilità di
un apporto anche progettuale allo sviluppo programmato
di servizi territoriali integrati, escludendo che i
tavoli di confronto possano ridursi ad essere sedi
solo di una redistribuzione di ruoli tra soggetti gestori,
finalizzata al contenimento dei costi dei servizi e
a una loro strisciante privatizzazione: eventi che
vanno, invece, denunciati e contrastati. Vi sono poi
altre questioni su cui occorrerebbe un orientamento
univoco, come quella se i soggetti di valutazione della
qualità e trasparenza
delle attività del terzo settore possano essere
sostanzialmente interni o debbano, come ritengo, essere
chiaramente "terzi".
A fronte di un'esigenza di chiarezza
sulle prospettive, non può essere elusa la questione,
per quanto complessa, del rapporto tra le singole associazioni
aderenti e il Forum, dell'autonomia e dei vincoli di
coerenza che sono compatibili e rendono plausibile
una rappresentanza unitaria.
Diversamente, il Forum sarebbe
un grande indistinto contenitore utilizzato, se "conviene",
per pure rivendicazioni di carattere lobbistico,
ammantate di socialità; e che comunque non
impedirebbe alle singole associazioni di intrattenere
relazioni "speciali" con il governo, anche a fronte
di un suo rifiuto delle rivendicazioni comuni.
Il prossimo rinnovo degli organismi
non dovrà lasciare irrisolti questi nodi, che
ormai chiamano profondamente in causa l'esperienza
del Forum come soggetto di rappresentanza unitaria,
atta all'esercizio di un'esplicita e socialmente incisiva
funzione politica, al fine del perseguimento dei propri
obiettivi costitutivi, sulla base di valori condivisi
e vincolanti. L'Auser è fortemente impegnata
a che questi chiarimenti non siano elusi. E ritiene
che questo obiettivo dovrebbe essere positivamente
apprezzato e sostenuto anche dal sindacato, nel quadro
di una sua razionale prospettiva di politica delle
alleanze.
L'Auser chiede, in particolare, un
sostegno alla Cgil e allo Spi sotto forma di valorizzazione
presso i propri iscritti delle finalità dell'associazione,
fissate dallo Statuto e dalla "Carta dei valori obiettivo" dell'Auser;
e di concreto riconoscimento delle attività solidaristiche,
di socializzazione, educative dell'Auser come "risorsa" disponibile
per gli stessi iscritti al sindacato. A tal fine, l'Auser
sollecita un aggiornamentob e una riscrittura del vigente
protocollo Cgil-Spi-Auser. Non potrei concludere questa
relazione senza fare un riferimento al nesso necessario
e possibile tra il nostro agire quotidiano e la drammatica
fase storica che caratterizza la scena mondiale. Le
guerre in Afganistan e in Irak non hanno sconfitto
il terrorismo, ma ne hanno allargata l'area di consenso,
di reclutamento, d'azione. Esso rappresnta una minaccia
sempre più grave per
il mondo, non solo per le stragi, ma per gli imprevedibili
effetti di generale destabilizzazione che esso vuole
e può produrre. Se lo si usa come pretesto per
legittimare la propria volontà di potenza, piuttosto
che combatterlo con l'alleanza dei popoli, si prepara
per tutti un avvenire di lutti e rovine. La democrazia
non è stata esportata
né in Afganistan né in Irak. Non è esportabile,
ma soprattutto da paesi in cui, con grande evidenza
nell'ultimo ventennio, essa si è progresivamente
ristretta a un liberalismo oligarchico e populista,
a forte vocazione imperiale.
Il vero scontro in atto è tra
i fautori della difesa oltransistica di un modello
di produzione e di consumo che non può includere
più che una minoranza dell'umanità e
la parte di umanità che rischia di restare esclusa.
Un chiaro esempio di oltransismo è il
rifiuto del governo Usa di firmare il protocollo di
Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas serra
nell'atmosfera.
I fautori di un modello non estensibile,
non possono esercitare un'egemonia sul resto del mondo,
ma solo un dominio, le cui prospettive sono chiaramente
indicate nel documento su "La strategia della sicurezza
nazionale degli Usa" del settembre 2002.
Contro il
rischio di non poter mantere anche in futuro una "posizione
di impareggiabile forza miliatare e di grandioso potere
economico e politico",
il gruppo economico-ideologico espresso dalla presidenza
Bush, non si fida più della sola "mano invisibile" del
mercato. E' ora la mano militare degli Usa e dei suoi
ausiliari a sovraordinarsi anche sulle leggi del mercato,
così come queste avevano fatto riguardo a gli
ideali e alle pratiche della libertà e della
democrazia. In questa prospettiva, dice il documento, "ammettiamo
che la miglior difesa è da ricercare in una
buona offesa". Naturalmente in vista dell'interesse
nazionale indisgiungibile da quello del mondo.
"Le
nostre forze armate, assicura il documento, saranno
abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari
dal perseguire un'escalation militare nella speranza
di superare, o anche solo raggiungere, la potenza degli
Stati Uniti". Mentre si assicura altre
superpotenze che sarà "accolta con gioia la
loro pacifica ricerca della prosperità, del
commercio e del progresso culturale". Sottacendo che
il sistema ha carattere non inclusivo e cooperativo,
ma concorrenziale e selettivo, nell'ambito di un mercato
che resta un dio minore dell'impero e al quale il Wto,
sempre d'intesa con il Tesoro americano, vorrebbe ora
consegnare beni primari per la vita e lo sviluppo delle
persone in ogni angolo della terra come l'acqua, l'istruzione,
la sanità, di cui si vuole imporre a ogni latitudine
la privatizzazione. E' del resto l'amministrazione
Usa in prima fila impegnata a che medicinali necessari
a combattere flagelli come l'Aids, inaccessibili ai
prezzi di mercato per le sterminate masse del sottosviluppo,
possano essere prodotti e venduti in questi paesi al
netto della rendita sui brevetti, che garantiscono
alle multiunazionali farmaceutiche utili stratosferici
sui mercati del mondo capitalisticamente sviluppato.
Una opposizione, si dice, di principio, che è stata
accantonata solo quando si è trattato di farmaci,
che si consideravano utili per la difesa degli Usa
da paventati attacchi chimici e biologici. La volontà espressa
nel documento di voler mantere per sempre agli Usa
il ruolo di super-potenza mondiale, di cui sono stati
richiamati all'inizio i caratteri necessariamente compresenti
di forza militare, economica e politica, consente di
individuare – stavolta
andando al di là della lettera del documento
stesso – tre pericoli principali, oltre quello conclamato
del terrorismo: i popoli che detengono nel proprio
territorio una risorsa essenziale e in via di esaurimento
nel corso di pochi decenni, qual è il petrolio;
l'unità economica, ma soprattutto politica di
un'Europa, dotata di una moneta forte e oggi allargata
all'Est; la Cina, con il suo immenso potenziale demografico
e l' alto trend di sviluppo economico raggiunto.
"Che fare?", ci viene di chiederci.
Alcuni lavorano nella prospettiva, ragionevole ma non
di facile realizzazione e sufficiente respiro, di un
rafforzamento politico, economico e militare, che possa
consentire all'Europa di controbilanciare la potenza
degli Usa e di condizionarne, quindi, la politica.
Il mondo potrebbe avere due padroni, invece di uno.
Ma prende anche forma un'altra ipotesi, forse di più lunga
lena. Dopo l'attacco alle due torri, molti anche in
Itala hanno detto "siamo
tutti americani". Ebbene, se il mondo deve, in questa
fase storica, essere in qualche modo tutto americano,
non per questo gli Usa possono porsi al di sopra del
diritto internazionale; né per questo molti
sono disposti a rinunciare a essere cittadini piuttosto
che sudditi dell'impero. Le bandiere della pace, che
molti di noi hanno esposto alle finestre e non hanno
ritirato dopo l'occupazione dell'Irak, esprimono verosimilmente
queste rivendicazioni, non di breve respiro. Un'importante
novità di questi
giorni è rappresentata dal piano per dare soluzione
alla questione palestinese. E' rilevante che, pur avendovi
un ruolo predominante gli Usa, il progetto sia concordato
con Europa e Russia e con l'Onu, che resta il soggetto
giuridico dalle cui risoluzioni il progetto stesso
trae legittimità internazionale. Questo ha il
suo peso per far accettare ai contendenti una prospettiva
che non ha ragionevoli alternative. E può costituire
un valido precedente per la definizione di un nuovo
equilibrio, per quanto empirico e transitorio, tra
la funzione di sanzione del diritto, da parte dell'Onu
e l'iniziativa politica delle potenze in grado di renderlo
applicabile. Il metodo seguito per la Road map può rappresentare
solo una variante ma anche costituire un'alternativa
all'unipolarismo americano. Unipolarismo che, per altro
verso, lancia nuovi minacciosi segnali in direzione
del regime irakeno, che fanno capire come la prospettiva
della "guerra
infinita" sia tutt'altro che sepolta. Il percorso,
che deve portare a una qualche forma democraticamente
accettabile di governo mondiale, deve muovere congiuntamente
dall'alto e dal basso. Dall'alto, riformando, rafforzando
e ripristinando la centralità dell'Onu e del
diritto internazionale. Dal basso e da parte dei singoli
Stati o unioni di Stati contrastando ad ogni livello
il fondamentalismo neo-liberista e ponendo le premesse
per un nuovo modello di sviluppo globalmente estensibile
ed ecologicamente sostenibile, basato sul prevalere
delle ragioni delle società su quelle del profitto
capitalistico. L'asse del nostro progetto associativo è coerente
con questa prospettiva. Il nostro impegno contro la
guerra non si limita alle marce e alle manifestazioni
a cui abbiamo partecipato e a cui continueremo a partecipare
ogniqualvolta si dovrà dare espressione a questa
aspirazione profonda di tanta parte dell'umanità;
ma deve anche e ancor più esprimersi nel dare
al nostro operare quotidiano sempre più slancio,
qualità, consapevolezza, senso strategico.
Io
credo che questo sia per tutti noi un impegno per il
quale vale la pena di stare e operare insieme nell'Auser.
|