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Primo Bilancio sociale Auser
Milano, 28-29 Maggio 2003

RELAZIONE DI MARIA GUIDOTTI

I risultati del Tesseramento, che anche nel 2002 sono stato positivi, seppure con una flessione nel trend di crescita, sono, per un' organizzazione come la nostra, il primo indicatore della validità del progetto associativo e della rappresentatività dell'associazione. Non meno rilevante è, peraltro, il livello di partecipazione attiva alla vita associativa delle socie e dei soci e delle volontarie e dei volontari, che non deve limitarsi alle attività più tradizionali e generalmente condivise, ma aprirsi anche all'autorganizzazione concordata di piccoli gruppi d'interesse e di impegno specifici, che possono anche divenire lo strumento più dinamico e innovativo dei nostri rapporti con il territorio. Un terzo indicatore di qualità, per il quale pure si registra una tendenza alla crescita, è dato dalla convivenza e dall'intreccio, sin dalle strutture di base dell'associazione, di attività diverse, che offrono una possibilità d'impegno molteplice alle persone e che si alimentano vicendevolmente, in una prospettiva comune di sviluppo delle relazioni, della solidarietà, della cittadinanza attiva. E' appunto per rafforzare e dare spazio e agibilità a queste tendenze che si sono adottate le riforme statutarie e organizzative approvate dalla Conferenza di organizzazione.
In questo quadro, va evidenziata e valorizzata la crescita anche qualitativa delle attività svolte dall'Auser nell'anno trascorso, che ha sollecitato ed è stata resa possibile anche da un rilevante aumento del numero dei volontari. Un fatto, questo, che pur in forme e gradi diversi, ha interessato l'intero territorio nazionale e che è stato qualitativamente sostenuto da un incremento delle attività di formazione per le volontarie e i volontari e per la preparazione al pensionamento attivo. Attività di educazione non formale finanziate, perlopiù, dai centri di servizio per il volontariato, ma anche da progetti finanziati dalle istituzioni locali e regionali, come il "laboratorio esperienziale e di progettazione sociale" della Campania, che diverrà operativo a partire dal prossimo settembre; o anche finanziati dallo Spi, come quello di Taranto, rivolto al reinserimento sociale di adulti pre-pensionati. Quest'attività formativa, a carattere promozionale, che si aggiunge quelle tradizionali, più tese all'arricchimento delle conoscenze specifiche delle volontarie e dei volontari, è curata da Servizi nuovi, in collaborazione con il nostro settore di Studi e ricerche. Essa è stata avviata con l'organizzazione di un "laboratorio esperienziale" a Roma, finanziato dal nostro regionale e sarà prossimamente esteso a La Spezia, Rimini e al Friuli. Dall'insieme di queste esperienze sarà possibile trarre delle conclusioni, riguardo all' opportunità di proporli come modalità estensibile a tutta l'organizzazione.
Questi positivi andamenti hanno anche consentito una crescita dell'immagine pubblica dell'Auser, che si è positivamente riflessa nei nostri rapporti con le istituzioni, il sindacato, le associazioni e le loro sedi di rappresentanza, i centri di servizio del volontariato, gli organi di informazione.
Non voglio prospettare, con queste osservazioni, un bilancio trionfalistico. Ma, indubbiamente, il segno complessivo è positivo e indicativo di grandi possibilità di crescita ulteriore della nostra associazione.
Fa più che ben sperare, in tal senso, il salto di qualità del "Filo d'argento", che è stato reso possibile dall'esistenza di un progetto fortemente strutturato, dall'avvio di un regolare funzionamento dell' "area tematica", dalla costruzione della rete telefonica nazionale, dotata di numero verde, che collega 68 nodi locali (a cui presto se ne aggiungeranno altri 14) che, integrandosi con il call center nazionale, coprono un orario di ascolto di almeno 10 ore per cinque giorni la settimana, con già oltre 2.200 volontari specificamente dedicati. Progetti di telefonia sociale organici al "Filo d'argento" sono stati finanziati, attraverso l'apposito fondo nazionale ripartito alla Regioni, da Liguria, Emilia-Romagna, Umbria, Puglia.
Per il funzionamento del "Filo d'argento" sono state definite procedure condivise di ascolto e registrazione dei casi, necessarie per garantire uno stile operativo di qualità comune per tutte le nostre strutture; e per l'alimentazione di una banca dati computerizzata sul disagio sociale emergente nei territori, relativo alle vecchie e nuove povertà degli anziani. Noi consideriamo questo uno strumento indispensabile per progettare al meglio le nostre attività, per dare credibilità e maggior peso alla nostra partecipazione alle sedi di confronto istituzionale e anche per dare un contributo conoscitivo e sinergico alla vertenzialità territoriale del sindacato.
Questo complesso di procedure è, inoltre, positivamente caratterizzato dall'equilibrio, che è stato raggiunto dopo un serrrato dibattito, tra esigenze di uniformità nazionale e di riconoscimento e valorizzazione delle differenze storico-territoriali, che qualificano il nostro paese e le nostre organizzazioni. In relazione alle attività del Filo d'argento e ai diversi ruoli che in esso svolgono i volontari - ascolto, registrazione metodica e valutazione del caso, concordamento degli interventi, intervento nelle dinamiche personali e relazionali, svolgimento di singole prestazioni etc. - si è, in particolare, evidenziata l'indispensabilità e complessità del problema formativo, che deve esplicitarsi su piani diversi: motivazionale e valoriale, dell'attitudine e delle tecniche di relazione, delle abilità operative specifiche.
La formazione è indispensabile per evitare esiti di insuccesso e di frustrazione dei volontari. E dev'essere particolarmente intensa e qualificata per interventi di specifica gravità e delicatezza come, ad esempio, l'assistenza alle vittime di violenze, che è tra i compiti che già da qualche tempo effettivamente alcuni "fili d'argento" svolgono. Anche nell'ambito dell'educazione degli adulti è stata avviato un regolare funzionamento dell'area tematica con riunioni locali, regionali e nazionali, che hanno consentito di elaborare il progetto "la città che apprende" e la "Carta auser per il diritto all'educazione permanente", che saranno oggetto di discussione nella giornata di domani. E' stato, inoltre, attivato uno specifico spazio informativo, potenzialmente interattivo, nel sito www.auser.it ed è già giunta al terzo numero la news letter dedicata ai nostri operatori nel settore.

L'impegno che sentiamo come particolarmente nostro è di offrire un'occasione di crescita culturale a persone che non hanno un livello d'istruzione già elevato e che maggiormente rischiano di essere catturate e omologate dal consumismo culturale, proposto dai mezzi di comunicazione di massa. Noi partiamo dal presupposto che ogni persona, per la vita stessa che ha vissuto, è in vario modo depositaria di saperi, di interessi, di bisogni culturali, da cui occorre partire per costruire processi che li soddisfino e li arricchiscano, a supporto di una non interrotta crescita umana e civile. Non, dunque, un mero consumo di cultura, sia pure di migliore qualità di quella proposto dai mass-media, ma pur sempre di cultura "altra" dalla vita; ma scavo e apprendimento personale e interpersonale, atti a collegare intimamente il sapere all'essere e l'essere al fare, alla luce di due elementi fondamentali: la coscienza di sè come soggetto e oggetto di una interrelazione necessaria con gli altri e con la natura; e la coscienza del tempo storico, entro cui concretamente ciascuno vive e opera. Delle esigenze del nostro tempo, la "Carta auser per il diritto all'educazione permanente" propone una lettura che ha più l'ambizione dell'evidenziazione dell'essenziale che della completezza e che traguarda alle prospettive, di fatto inseparabili, del perseguimento di una "buona vita" personale e di relazione e della partecipazione alla costruzione di una "buona società". Nell'ultimo anno si sono sviluppate e arricchite le nostre iniziative di solidarietà internazionale. Nell'Auser esiste da tempo, in questo ambito, una tradizione di impegno, che tuttavia si è spesso risolto in raccolte di fondi per il finanziamento di progetti altrui. Da qualche tempo abbiamo avviato anche progetti nostri o in partnership con altre associazioni, che in alcuni casi hanno comportato anche l'invio di volontari. Io penso che queste forme di coinvolgimento più diretto nei progetti di solidarietà internazionale siano molto importanti per far maturare in chi vi opera, ma di riflesso in tutta l'associazione, una più precisa conoscenza e consapevolezza delle situazioni che, anche in ragione di un mondo sempre più globalizzato, interpellano in modo sempre più pressante le nostre responsabilità. Noi dobbiamo promuovere attivamente un censimento di persone disponibili e qualificate a svolgere attività di volontariato nella cooperazione internazionale, per costituire una riserva a cui poter attingere, secondo necessità, per la realizzazione di specifici progetti.
Le tre cose concluse più importanti sono:

1. il progetto in Moldova, che ha dato luogo a tre successivi interventi: il primo, a carattere strettamente emergenziale, si è concretizzato nell' invio di generi alimentari e di igiene personale a una casa di riposo e a un orfanotrofio; il secondo nella costruzione di un impianto di riscaldamento in una scuola; il terzo nell'invio invio di volontarie come istruttrici, per insegnare alle donne locali a intraprendere e svolgere attività di sartoria e a attivare microimprese, al fine di combattere i fenomeni di prostituzione);

2. il progetto in Sarawi di finanziamento, in collaborazione con la Fondazione Carlo Giuliani, di una scuola, che è stata a lui dedicata;

3. il progetto a Cuba, realizzato nell'ambito del programma di sviluppo territoriale dell'Onu, che è consistito nella progettazione e nel cofinanziamento di una casa sociale per anziani, ma aperta all'intera comunità, che, anche autofinanziandosi con piccole attività agricole e artigianali, rappresenta un'esperienza fondata su principi di autogestione, per Cuba del tutto inedita.
Il progetto è stato, nondimeno, assunto dal governo cubano come modello per altre case da realizzare in ogni municipio.

A questo sviluppo vogliamo continuare a contribuire, d'intesa con gli organismi preposti delle Nazioni Unite, anche al fine di favorire una evoluzione di quel regime verso una tutela delle conquiste sociali conseguite in un quadro di pieno rispetto delle libertà civili e politiche. Per i nuovi impegni nell'ambito della cooperazione internazionale, riteniamo che debba essere riconosciuta una priorità all'aiuto alle popolazioni irakene, a favore delle quali siamo già impegnati, in partnership con Intersos, per la ricostruzione a Bagdad di una casa di riposo devastata dai saccheggi. L'area tematica della solidarietà internazionale non ha, inoltre, mancato di attivarsi anche in Italia, attraverso la costruzione in tempi non burocratici di una scuola per i terremotati del Molise.
In tempi di globalizzazione e come antitodo ai rischi di omologazione individualistica ai modelli di consumo e di vita indotti dal mercato, si va sempre più evidenziando, anche in Italia, l'importanza della rivitalizzazione delle relazioni interpersonali e comunitarie e del radicamento territoriale delle associazioni, dei sindacati, dei partiti, delle istituzioni. E si evidenzia, in questa prospettiva, l'importanza decisiva della riattivazione e di un più vasto insediamento in spazi dedicati (circoli, camere del lavoro, sezioni, centri di cittadinanza) che siano il luogo di riferimento, il laboratorio sperimentale, la sede ordinaria di attività e di politiche sociali per il territorio e la comunità locale.
Naturalmente, la comunità è composta di individui, ma di individui che regolano le proprie relazioni con gli altri, nella coscienza che tali relazioni non sono puramente eventuali e accidentali, ma necessarie ai fini del costituirsi dell'identità e del conseguimento del ben-essere di ciascuno, qual è conseguibile solo nel quadro di una "buona società".
I diversi attori individuali della vita associativa, nelle sue varie forme e articolazioni, sono indubbiamente portatori di bisogni, aspettative, concezioni e progetti di vita propri, ma certo non concorrono a costruire quella "buona società", di cui pure hanno una vera necessità, se concepiscono e praticano l'associazionismo come pura coalizione tra simili (al modo, per intendersi, delle lobby ) piuttosto che come ricollocazione di sé in un quadro di relazioni ampie, comunitarie, entro cui acquistano un peso decisivo l'interazione con il diverso e la ricerca di soluzioni condivise e sinergiche. L'individuo, come noi lo intendiamo, non si omologa alla comunità, ma opera sempre nella consapevolezza della sua appartenza libera, ma anche necessitata, ad essa. Soprattutto nel mondo moderno e globalizzato si può, naturalmente, uscire dalla propria comunità originaria, ma non recidere con essa ogni legame interiore, contratto fin dalla nascita; e se ne può uscire solo per entrare, di fatto e in modo progressivo, in diverse trame di relazioni interpersonali e comunitarie.
I dati raccolti per il "Bilancio sociale" documentano un'ampia presenza dell'Auser nei territori e una varietà di attività di volontariato, di socializzazione, di educazione degli adulti che in essi hanno luogo e che in vario modo contribuiscono a creare legami sociali e comunitari. Attività che si avvalgono anche di apporti intergenerazionali, ma che essenzialmente si caratterizzano, secondo la specificità della nostra associazione, dal muovere innanzitutto dal punto di vista delle persone anziane e dalla volontà di valorizzarne il protagonismo sociale e civile.
Questa varietà corrisponde sicuramente, in parte, a specificità locali. Ma non credo che possiamo accontentarci di questo convincimento generico e non interrgarci su quali possano essere i criteri per progettare al meglio la nostra presenza e le nostre attività in relazione alle condizioni, alle potenzialità, alle esigenze di ciascun territorio.

Un criterio fondamentale in tal senso mi pare che possa scaturire dal considerare le nostre unità di base come "presidi nel territorio contro le solitudini". Senza pretendere di tracciare un quadro completo e esaustivo, penso che si possano indicare alcune principali tipologie di solitudine, che sono variamente presenti nei territori. Si può partire dalle solitudini che possiamo dire statistiche, che corrispondono alla rilevazione delle persone che vivono sole. I dati relativi a questa condizione abitativa non sono, peraltro, tra le più significative, perché non distinguono tra una condizione voluta e una condizione subita; non dicono nulla della trama di relazioni affettive, familiari, amicali, di prossimità, di interessi condivisi, entro cui queste persone sono o meno inserite e solidarmente partecipe; né colgono situazioni di effettiva solitudine domestica in cui possono sostanzialmente vivere giovani, anziani e anche coniugi, pur anagraficamente conviventi. E' tuttavia certo che esistono anche situazioni di persone che vivono da sole senza o quasi relazioni significative con altri. Ed esse sono spesso assistite da immigrate che sono anch'esse, spesso, persone sole, malpagate e mal tutelate e, con il tempo, sempre più anziane. E' una questione acuta, che non può essere esclusa dal nostro orizzonte, ma al quale è ben difficile che per questo si possa fare qualcosa di realmente significativo, fuori di un quadro di complessiva ritessitura delle relazioni sociali, capace di dar vita a un rinnovato sistema di welfare. Io penso che sia questo l'asse strategico del progetto dell'Auser, che ci impegna a una linea di azione sempre qualificata e per noi sostenibile. Le persone sole, dicevo, sono sicuramente le più esposte rispetto a un secondo tipo di solitudine, che può tuttavia colpire anche nuclei familiari ben più consistenti e coesi: e cioè la solitudine di fronte alle emergenze per così dire straordinarie della vita come la perdita di un familiare di riferimento e/o della sua possibilità di produrre un reddito, la malattia e/o la non autosufficienza temporanea o cronica di un componente della famiglia, la presenza in famiglia di un alcolizzato o di un tossico, un rilevante danno patrimoniale etc. Se per fronteggiare queste situazioni è per lo più necessario un concorso della solidarietà pubblica, attraverso l'erogazione, nel quadro di progetti personalizzati e concordati, di sussidi monetari e di servizi garantiti dalla fiscalità generale; l'aspetto più specifico della solitudine – che gli aiuti materiali in conclusione non risolvono - resta affidato soprattutto all'azione solidale delle reti parentali, amicali, di prossimità, nonché all'associazionismo familiare, di volontariato, di promozione sociale. Un terzo tipo è la solitudine metropolitana, dell'individuo che vive in relazione passiva, anonima con una folla di altri individui in continuo movimento, in spazi dove non ci sono luoghi pubblici per la sosta, per l'incontro, per lo scambio di esperienze, per il confronto delle idee.
Un quarto tipo è la solitudine del consumatore di beni, di servizi, di spettacoli, d'informazione, di fitness, di vacanze e di viaggi. Il menu se illusoriamente si astrae dall'ammontare e dalla distribuzione dei redditi - è virtualmente illimitato; ma sono le convenienze dei produttori che danno un'identità ai bisogni, in forme individuali di massa, che generano l'apparenza della scelta libera e consapevole, ma che di fatto pongono sempre più in ombra valori come le relazioni solidali, l'identità costruita secondo un progetto di vita, il godimento dei beni comuni, la salute, la felicità.

La subordinazione degli individui e delle comunità al consumo eterodiretto è effetto e causa della solitudine culturale; e in particolare del fatto che valori, simboli, modelli di vita, assunti e manipolati nell'universo delle merci, hanno sempre capacità forza autonoma di conservazione, di trasmissione intergenerazionale, di sviluppo innovativo. Questa perdita di autonomia culturale della società, che segna il trionfo del consumismo, è anche all'origine della solitudine politica, dell'incapacità di elaborare contenuti e strategie per una società più fraterna, più giusta, più libera.
In queste condizioni la politica si riduce alla tutela delle ragioni del mercato e alla conquista del consenso dell'elettore-consumatore.
Tutte queste forme di solitudine sono, io penso, presenti a tutti noi. Ma tutti sappiamo anche che la società reale non si riduce a esse. Non potrebbe sopravvivere. Essa ha invece risorse radicali di consapevolezza, di passione, di generosità, di creatività, di fiducia nelle possibilità di costruzione di un mondo migliore. E' a queste risorse che si può attingere per combattere le solitudini. Ma a questo scopo non esistono ricette che possano prescindere, per usare un'espressione "antica", da un' "analisi concreta delle situazioni concrete". Se l'ambito di questa operazione sono i territori e le comunità locali, si deve sapere in concreto quali siano, in ciascun caso, le ricchezze relazionali e le solitudini a cui ci si deve riferire. Un centro territoriale dell'Auser, inteso come presidio contro le solitudini di un determinato territorio e di una determinata comunità locale, non può accontentarsi di definirsi secondo questa missione generica, ma deve esplicitare, secondo la situazione specifica in cui opera, quali solitudini vuole contrastare e come. Un esempio d'analisi differenziale, che mi sembra meritevole di segnalazione, è contenuto nell'ultimo capitolo, intitolato "ripensare il Sud", del volumetto di Mario Alcaro "Economia totale e mondo della vita", edito dalla collana La Talpa del Manifesto. Il tema del libro è la democrazia partecipata. L'analisi differenziata evidenzia, per il Sud, una solitudine politica (per esprimermi in termini omogenei a quanto sin qui detto) che, più che sui processi sopra descritti, scaturisce da radici antiche di sfiducia, riguardo alla capacità delle istituzioni pubbliche di perseguire l'interesse generale. La democrazia partecipata o cittadinanza attiva possono –riassumo liberamente- far leva nel Sud su un tessuto sociale assai meno logoro che in altre parte del mondo sviluppato; ma a condizione, evidenzia l'autore citando Bauman, di inventare un'arte capace di ‘trasformare i problemi privati in questioni pubbliche'.
Non intendo approfondire ulteriormente questo tema, ma penso che potremmo cercare di farlo, a tempo debito, insieme. Quel che mi pare certo è che serva definire orientamenti e criteri che possano valere a specificare sempre meglio, nel quadro dei nostri indirizzi generali, le forme e le missioni specifiche del nostro insediamento territoriale; e che in questo senso deve e può riprendere slancio anche il nostro impegno a considerare, in termini di analisi e di proposte, la specificità tutt'altro che superata della "questione meridionale". Un'analisi differenziata delle ricchezze relazionali e delle solitudini emergenti nelle diverse comunità locali può verosimilmente aiutarci anche a una valutazione di alcune caratteristiche non scontate della nostra associazione, emerse dall'indagine per il "Bilancio sociale". Faccio solo qualche esempio, dato che su queste questioni discuteremo più approfonditamente, oggi sulla base delle comunicazioni di Alessandro Montebugnoli e di Mirella Lattanzi e certamente anche in occasioni future.
I dati a cui mi riferisco sono, ad esempio, l'assoluta rilevanza della partecipazione femminile e le diverse propensioni all'impegno volontario e nella scelta delle attività da parte di donne e uomini; una non trascurabile presenza giovanile, che segnala un aspetto del nostro impegno integenerazionale, per altro fortemente espresso nelle diverse forme della nostra presenza nelle scuole e nella collaborazione, spesso praticata, con organizzazioni giovanili; l'età dei partecipanti alle cosiddette università della terza età, per le quali, in realtà, si registra una frequenza di gran lunga maggiore di adulti e giovani, piuttosto che di ultrasessantacinquenni. E' importante capire se fatti di questo tipo riflettano i processi sociali o se semplicemente appartengano alle storie e alle scelte soggettive delle nostre organizzazioni. Per dare adeguato impulso alla nostra rete di centri territoriali, siamo impegnati a completare quanto prima il processo di strutturazione delle aree tematiche decise alla Conferenza di organizzazione con la costituzione dell'area tematica dei centri di socializzazione. Il nostro nuovo assetto statutario e organizzativo ci consente anche di dispiegare appieno le potenzialità della nostra associazione riguardo alle attività turistiche autorganizzate, di cui dobbiamo soprattutto valorizzare le finalità di relazione e di conoscenza, di occasione per la presa di coscienza di realtà umane, sociali, culturali, ambientali, da cui possano derivare nuovi stimoli all'azione e all'interazione solidale. In tal modo il turismo, destinato ai nostri soci, senza perdere affatto il suo aspetto ricreativo, non costuisce più una pura parentesi d'evasione ma un fattore di crescita complessiva delle persone e della qualità delle loro relazioni. Un viaggio riuscito non deve semplicemente riportarci al punto di partenza, ma dev'essere un'esperienza che ci consente, per un qualche verso, una nuova partenza. Un'attività turistica, che trae impulso da queste motivazioni, si configura come un esempio di economia sociale, capace anche di sostenere significativamente le nostre attività di solidarietà. Nel considerare le nostre attività e il nostro impegno, non possiamo disinteressarci del contesto anche politico in cui viviamo e agiamo. Si è tenuta nei giorni scorsi un'importante tornata amministrativa, che è stata preceduta da una campagna elettorale, che Berlusconi ha cercato di caratterizzare come un appello, addirittura, contro il pericolo comunista. Che cosa Berlusconi intenda per "comunista", lo ha chiarito senza possibilità di equivoci quando ha definito "bolscevica" la Costituzione, in riferimento ai diritti sociali da essa sanciti e, più complessivamente, alla prevalenza che essa accorda all'interesse generale rispetto agli interessi privati.
Comunisti e pericolosi sono, dunque, per Berlusconi, tutti quelli che si riconoscono nella Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza. Muovendo da questi presupposti il governo chiede, attraverso un'imponente serie di deleghe, mano libera per procedere a un riassetto sociale lesivo delle conquiste di decenni di lotte sindacali, sociali, democratiche. Prima fra tutte, per importanza e gravità, la delega in materia fiscale, per l'abbattimento della progressività del prelievo, sancita dalla Costituzione; abbattimento che, integrandosi con i vincoli posti alla finanza locale, mira ad un tempo ad accrescere la ricchezza di pochi e a ridurre drasticamente le tutele universali e a favore dei più deboli e dei meno abbienti.
La delega per la riforma delle pensioni per l'introduzione di disincentivi, ai fini di un abbattimento dei rendimenti pensionistici in via immediata o attraverso l'innalzamento dell'effettiva età di pensionamento; e che attraverso la decontribuzione pei i nuovi assunti mette in discussione sia le pensioni future che quelle in essere.
La delega per la deregolazione delle condizioni di lavoro sotto il profilo delle norme di sicurezza. La delega che stravolge, a favore della discrezionalità del governo, il sistema di vigilanza a tutela dell'ambiente. In altre materie siamo già ben oltre la delega. L'Italia è il solo paese al mondo a ridurre l'obbligo scolastico, mentre viene reintrodotta l'alternativa precoce, tipicamente classista, tra prosecuzione degli studi e addestramento professionale. Quanto alla sanità, è lo stesso ministro Sirchia che, in un momento d'impeto dichiara: "Stiamo distruggendo la sanità pubblica".
In questo quadro - tratteggiato al netto del conflitto, pur rilevantissimo, tra Berlusconi e l'ordinamento giudiziario – non possiamo non auspicare che il referendum sull'art. 18, che si svolgerà domenica prossima, dia un risultato utile a contrastare chi vuole ridurre i diritti: come certamente non sarebbe, se ci fosse un'affermazione parziale o piena del "no". Al fine di contrastare l'attuale deriva, anche il Forum del terzo settore è di fronte a responsabilità ineludubili. Nei pochi anni dalla sua costituzione, il Forum ha acquisito un ruolo importante nelle relazioni con le istituzioni pubbliche e con gli altri soggetti sociali, che ha avuto formale riconoscimento in atti come la firma del protocollo con il governo Prodi e la sottoscrizione del "Patto per lo sviluppo" con il governo D'Alema.
Negli stessi anni, il Forum è molto cresciuto anche quantititativamente, non ultimo per un consistente aumento delle associazioni che ne fanno parte. Questa crescita, che ha arricchito anche la varietà dei soggetti associati, non è solo motivo di soddisfazione, ma anche di una riflessione necessaria per il futuro del Forum. Si tratta, in sostanza, di capire se e quanto l'obiettivo di una crescita quantitativa della rappresentanza sia compatibile con la sua qualità, e cioè, in primo luogo, con una coerenza dell'azione del Forum e delle associazioni aderenti con i valori e gli obiettivi, che sono alla base del Forum stesso, di tutela e ampliamento dei diritti delle persone, di valorizzazione delle loro risorse personali e di relazione, d'accrescimento della socialità, di riqualificazione e sviluppo del welfare, di rilancio di politiche solidaristiche e redistributive. E' sulla base di questi obiettivi che si dovrebbe ridefinire il patto associativo tra le associazioni e il profilo di rappresentanza del Forum. L'adesione a un modello di welfare, caratterizzato dalla partecipazione attiva dei cittadini alla vita comunitaria e pubblica e da una redistribuzione sociale della ricchezza necessaria alla salvaguardia e allo sviluppo dei diritti di cittadinanza, rappresenta un fattore ineludibile di possibile convergenza o di necessaria distinzione tra soggetti associativi e di rappresentanza.
Oggi, i soggetti di terzo settore sono sempre più implicati nella riorganizzazione del welfare e nel ridisegno delle sue funzioni e dei suoi obiettivi. Le politiche di progressiva riduzione delle risorse per il finanziamento dello Stato sociale, coerenti con la prospettiva di una crescente privatizzazione dei servizi alle persone e alle comunità, in parte sostenuta monetariamente con buoni e sgravi fiscali, attentano all'idea stessa di uno sviluppo concertato e integrato dei servizi nel territorio, come previsto dalla legge-quadro sull'assistenza; e minacciano di snaturare i soggetti del terzo settore, spingendoli ad un'attività gestionale di taglio economicistico, incompatibile con quello che dovrebbe esserne invece il tratto distintivo: l'attenzione prioritaria alle persone, alle loro necessità, alla valorizzazione delle loro risorse personali e di relazione.
Questo conduce, tra l'altro, a rendere sempre meno visibile e significativo il confine tra profit e non profit , come testimonia anche il dibattito che si sta sviluppando su una eventuale funzione "sociale" (distinta da quella propriamente inerente alla funzione economica) dell'impresa profit ; e sulle possibili forme della sua incentivazione e del suo riconoscimento. La responsabilità sociale delle imprese ha, a mio avviso, ampio spazio per manifestarsi nel garantire nel tempo il proprio sviluppo, rispettando i diritti dei lavoratori (non ultimi alla sicurezza e alla salute) e l'ambiente, piuttosto che nella ricerca di nuove occasioni di profitto nell'ambito dei servizi sociali, a scapito della tutela dei diritti universali dei cittadini.

Un rischio di perdita d'identità e d'autonomia del terzo settore nasce anche, in misura rilevante, dalla diversità di orientamento tra le associazioni, tra chi pratica o comunque ritiene compatibile la coesistenza di rappresentanza politica e associativa e chi, invece, considera questo doppio livello di responsabilità come distorsivo e, spesso, persino illegittimo. La questione centrale che abbiamo di fronte riguarda la qualità e le prospettive del nostro rapporto con le istituzioni pubbliche: se dobbiamo puntare a utilizzare comunque gli spazi offerti dalla crescente esternalizzazione e privatizzazione dei servizi; o se dobbiamo rivendicare la possibilità di un apporto anche progettuale allo sviluppo programmato di servizi territoriali integrati, escludendo che i tavoli di confronto possano ridursi ad essere sedi solo di una redistribuzione di ruoli tra soggetti gestori, finalizzata al contenimento dei costi dei servizi e a una loro strisciante privatizzazione: eventi che vanno, invece, denunciati e contrastati. Vi sono poi altre questioni su cui occorrerebbe un orientamento univoco, come quella se i soggetti di valutazione della qualità e trasparenza delle attività del terzo settore possano essere sostanzialmente interni o debbano, come ritengo, essere chiaramente "terzi".
A fronte di un'esigenza di chiarezza sulle prospettive, non può essere elusa la questione, per quanto complessa, del rapporto tra le singole associazioni aderenti e il Forum, dell'autonomia e dei vincoli di coerenza che sono compatibili e rendono plausibile una rappresentanza unitaria.

Diversamente, il Forum sarebbe un grande indistinto contenitore utilizzato, se "conviene", per pure rivendicazioni di carattere lobbistico, ammantate di socialità; e che comunque non impedirebbe alle singole associazioni di intrattenere relazioni "speciali" con il governo, anche a fronte di un suo rifiuto delle rivendicazioni comuni.

Il prossimo rinnovo degli organismi non dovrà lasciare irrisolti questi nodi, che ormai chiamano profondamente in causa l'esperienza del Forum come soggetto di rappresentanza unitaria, atta all'esercizio di un'esplicita e socialmente incisiva funzione politica, al fine del perseguimento dei propri obiettivi costitutivi, sulla base di valori condivisi e vincolanti. L'Auser è fortemente impegnata a che questi chiarimenti non siano elusi. E ritiene che questo obiettivo dovrebbe essere positivamente apprezzato e sostenuto anche dal sindacato, nel quadro di una sua razionale prospettiva di politica delle alleanze.
L'Auser chiede, in particolare, un sostegno alla Cgil e allo Spi sotto forma di valorizzazione presso i propri iscritti delle finalità dell'associazione, fissate dallo Statuto e dalla "Carta dei valori obiettivo" dell'Auser; e di concreto riconoscimento delle attività solidaristiche, di socializzazione, educative dell'Auser come "risorsa" disponibile per gli stessi iscritti al sindacato. A tal fine, l'Auser sollecita un aggiornamentob e una riscrittura del vigente protocollo Cgil-Spi-Auser. Non potrei concludere questa relazione senza fare un riferimento al nesso necessario e possibile tra il nostro agire quotidiano e la drammatica fase storica che caratterizza la scena mondiale. Le guerre in Afganistan e in Irak non hanno sconfitto il terrorismo, ma ne hanno allargata l'area di consenso, di reclutamento, d'azione. Esso rappresnta una minaccia sempre più grave per il mondo, non solo per le stragi, ma per gli imprevedibili effetti di generale destabilizzazione che esso vuole e può produrre. Se lo si usa come pretesto per legittimare la propria volontà di potenza, piuttosto che combatterlo con l'alleanza dei popoli, si prepara per tutti un avvenire di lutti e rovine. La democrazia non è stata esportata né in Afganistan né in Irak. Non è esportabile, ma soprattutto da paesi in cui, con grande evidenza nell'ultimo ventennio, essa si è progresivamente ristretta a un liberalismo oligarchico e populista, a forte vocazione imperiale.
Il vero scontro in atto è tra i fautori della difesa oltransistica di un modello di produzione e di consumo che non può includere più che una minoranza dell'umanità e la parte di umanità che rischia di restare esclusa. Un chiaro esempio di oltransismo è il rifiuto del governo Usa di firmare il protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas serra nell'atmosfera.
I fautori di un modello non estensibile, non possono esercitare un'egemonia sul resto del mondo, ma solo un dominio, le cui prospettive sono chiaramente indicate nel documento su "La strategia della sicurezza nazionale degli Usa" del settembre 2002.
Contro il rischio di non poter mantere anche in futuro una "posizione di impareggiabile forza miliatare e di grandioso potere economico e politico", il gruppo economico-ideologico espresso dalla presidenza Bush, non si fida più della sola "mano invisibile" del mercato. E' ora la mano militare degli Usa e dei suoi ausiliari a sovraordinarsi anche sulle leggi del mercato, così come queste avevano fatto riguardo a gli ideali e alle pratiche della libertà e della democrazia. In questa prospettiva, dice il documento, "ammettiamo che la miglior difesa è da ricercare in una buona offesa". Naturalmente in vista dell'interesse nazionale indisgiungibile da quello del mondo.
"Le nostre forze armate, assicura il documento, saranno abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari dal perseguire un'escalation militare nella speranza di superare, o anche solo raggiungere, la potenza degli Stati Uniti". Mentre si assicura altre superpotenze che sarà "accolta con gioia la loro pacifica ricerca della prosperità, del commercio e del progresso culturale". Sottacendo che il sistema ha carattere non inclusivo e cooperativo, ma concorrenziale e selettivo, nell'ambito di un mercato che resta un dio minore dell'impero e al quale il Wto, sempre d'intesa con il Tesoro americano, vorrebbe ora consegnare beni primari per la vita e lo sviluppo delle persone in ogni angolo della terra come l'acqua, l'istruzione, la sanità, di cui si vuole imporre a ogni latitudine la privatizzazione. E' del resto l'amministrazione Usa in prima fila impegnata a che medicinali necessari a combattere flagelli come l'Aids, inaccessibili ai prezzi di mercato per le sterminate masse del sottosviluppo, possano essere prodotti e venduti in questi paesi al netto della rendita sui brevetti, che garantiscono alle multiunazionali farmaceutiche utili stratosferici sui mercati del mondo capitalisticamente sviluppato. Una opposizione, si dice, di principio, che è stata accantonata solo quando si è trattato di farmaci, che si consideravano utili per la difesa degli Usa da paventati attacchi chimici e biologici. La volontà espressa nel documento di voler mantere per sempre agli Usa il ruolo di super-potenza mondiale, di cui sono stati richiamati all'inizio i caratteri necessariamente compresenti di forza militare, economica e politica, consente di individuare – stavolta andando al di là della lettera del documento stesso – tre pericoli principali, oltre quello conclamato del terrorismo: i popoli che detengono nel proprio territorio una risorsa essenziale e in via di esaurimento nel corso di pochi decenni, qual è il petrolio; l'unità economica, ma soprattutto politica di un'Europa, dotata di una moneta forte e oggi allargata all'Est; la Cina, con il suo immenso potenziale demografico e l' alto trend di sviluppo economico raggiunto.

"Che fare?", ci viene di chiederci. Alcuni lavorano nella prospettiva, ragionevole ma non di facile realizzazione e sufficiente respiro, di un rafforzamento politico, economico e militare, che possa consentire all'Europa di controbilanciare la potenza degli Usa e di condizionarne, quindi, la politica. Il mondo potrebbe avere due padroni, invece di uno. Ma prende anche forma un'altra ipotesi, forse di più lunga lena. Dopo l'attacco alle due torri, molti anche in Itala hanno detto "siamo tutti americani". Ebbene, se il mondo deve, in questa fase storica, essere in qualche modo tutto americano, non per questo gli Usa possono porsi al di sopra del diritto internazionale; né per questo molti sono disposti a rinunciare a essere cittadini piuttosto che sudditi dell'impero. Le bandiere della pace, che molti di noi hanno esposto alle finestre e non hanno ritirato dopo l'occupazione dell'Irak, esprimono verosimilmente queste rivendicazioni, non di breve respiro. Un'importante novità di questi giorni è rappresentata dal piano per dare soluzione alla questione palestinese. E' rilevante che, pur avendovi un ruolo predominante gli Usa, il progetto sia concordato con Europa e Russia e con l'Onu, che resta il soggetto giuridico dalle cui risoluzioni il progetto stesso trae legittimità internazionale. Questo ha il suo peso per far accettare ai contendenti una prospettiva che non ha ragionevoli alternative. E può costituire un valido precedente per la definizione di un nuovo equilibrio, per quanto empirico e transitorio, tra la funzione di sanzione del diritto, da parte dell'Onu e l'iniziativa politica delle potenze in grado di renderlo applicabile. Il metodo seguito per la Road map può rappresentare solo una variante ma anche costituire un'alternativa all'unipolarismo americano. Unipolarismo che, per altro verso, lancia nuovi minacciosi segnali in direzione del regime irakeno, che fanno capire come la prospettiva della "guerra infinita" sia tutt'altro che sepolta. Il percorso, che deve portare a una qualche forma democraticamente accettabile di governo mondiale, deve muovere congiuntamente dall'alto e dal basso. Dall'alto, riformando, rafforzando e ripristinando la centralità dell'Onu e del diritto internazionale. Dal basso e da parte dei singoli Stati o unioni di Stati contrastando ad ogni livello il fondamentalismo neo-liberista e ponendo le premesse per un nuovo modello di sviluppo globalmente estensibile ed ecologicamente sostenibile, basato sul prevalere delle ragioni delle società su quelle del profitto capitalistico. L'asse del nostro progetto associativo è coerente con questa prospettiva. Il nostro impegno contro la guerra non si limita alle marce e alle manifestazioni a cui abbiamo partecipato e a cui continueremo a partecipare ogniqualvolta si dovrà dare espressione a questa aspirazione profonda di tanta parte dell'umanità; ma deve anche e ancor più esprimersi nel dare al nostro operare quotidiano sempre più slancio, qualità, consapevolezza, senso strategico.
Io credo che questo sia per tutti noi un impegno per il quale vale la pena di stare e operare insieme nell'Auser.