Homepage
Chi siamo
Dove siamo
Attivita
Progetti
Sala stampa
Sostienici
Archivio
Link utili
Area riservata
Contatti
 
 

Assemblea Congressuale Auser
Pesaro 2000

Relazione di Maria Guidotti
Presidente dell'Auser

L'ultimo ventennio è stato dominato dal pensiero unico, cioè dall'affermazione della centralità del mercato fino ad arrivare a riconoscergli capacità di autoregolazione e di regolazione sociale. In questo contesto la stessa funzione della politica è stata ridimensionata a “funzione di sostegno delle esigenze del mercato”. Si avverte, sempre più pressante, però, l'esigenza di uscire da questo stato di afasia della politica, della sua perdita di ruolo; un primo significativo segnale è stata l'elezione dei governi di centro-sinistra in Europa, ma è ancora troppo evidente la mancanza di linee di uscita chiaramente identificate, risultano, al contrario, ancora molto brancolanti. Nella prospettiva di una riacquisizione di concretezza e di collegamento con la società, l'associazionismo (Terzo settore) e un soggetto che può concorrere fortemente a processi di fuoriuscita dal pensiero unico.
Fino ad oggi, però, questa espressione della società civile si è ritagliata, prevalentemente, spazi residuali e interstiziali, ed ha scarsamente espresso vocazione verso politiche di carattere generale. Accontentandosi, anzi spesso rivendicando, il ruolo di “erogatore di servizi”, il Terzo settore si è configurato come un soggetto incapace di superare la sostanziale separatezza tra domanda e offerta di servizi, non ponendosi, o facendolo marginalmente ed inefficacemente, l'esigenza della promozione del riconoscimento e del rafforzamento della autonoma capacità di elaborazione ed espressione dei bisogni, nonché della partecipazione al loro soddisfacimento della domanda, cioè delle persone – condizione radicalmente diversa dall'effimero potere che viene individuato nella “libertà di scelta” tra le offerte del mercato che nella più recente versione ci veniva offerta dai quesiti referendari promossi dai radicali, fortunatamente in larga parte non ammessi dalla Corte Costituzionale.
Per apparente paradosso, è proprio attraverso l'esaltazione dell'individuo e del riconoscimento della sua libertà di scelta, che si realizza la sostanziale subalternità e marginalità della persona rispetto alle dinamiche finanziarie ed economiche che si esprimono nel mercato. Il recupero della centralità della persona, è oggi condizione e obiettivo della riforma del welfare state, ma la effettiva centralità della persona si afferma solo nell'esplicazione autonoma dei suoi bisogni, a partire dai quali deve avvenire la riprogettazione del welfare state e riconoscendo come risorse determinanti, per la qualità e per la quantità delle prestazioni, quelle culturali, di saperi, di esperienze e di relazioni di cui ciascun individuo è portatore.

Se, come è ormai ampiamente riconosciuto, la crisi del welfare è una crisi non solo finanziaria, ma anche, o forse soprattutto, di efficacia, essa trova le sue radici profonde nella “autoreferenzialità” del sistema dei servizi, cioè nella sua incapacità di adeguarsi alle esigenze delle persone, che al contrario debbono esse adeguarsi alle rigidità e alle esigenze dei servizi, assumerne il linguaggio per tentare di accedervi. La cittadinanza che irrompe nel sistema, con il suo potere e le sue risorse, è condizione per la rottura di questa autoreferenzialità, è perché la persona non sia più un soggetto astratto, presa in considerazione di volta in volta come bisogno, deficit, patologia, ecc., ma si “agisce” a partire dalla sua rete di relazioni, dalle sue competenze, dai suoi diritti. Il Terzo settore, e in particolare, al proprio interno il volontariato, deve assumere sempre più chiaramente e decisamente, la funzione di volano della attivazione della cittadinanza, non solo come rivendicazione di diritti, ma anche come assunzione di responsabilità. L'azione volontaria, quindi, come generosa messa a disposizione dell'altro del proprio tempo, dei propri saperi, ecc., ma riconoscendone fino in fondo anche il valore di assunzione di responsabilità nei confronti della collettività, della qualità della vita della comunità di appartenenza e quindi il riconoscimento della dimensione pubblica del benessere collettivo. In questo senso, il volontariato “deve” rivendicare un aumento della capacità e qualità progettuale delle istituzioni pubbliche, della loro responsabilità, non assecondarne il ritrarsi. Il volontariato, inteso come particolare e qualificata modalità di esercizio della cittadinanza, si fa carico della complessità sociale, contro le imperanti semplificazioni burocratiche che oggi caratterizzano la società, creando le condizione per una organizzazione dei servizi che nasce dalla persona.
Le forme diffuse di istituzionalizzazione, contro le quali da lungo tempo, anche con risultati significativi il movimento democratico combatte, è la risposta semplificata e burocratica della complessità sociale: la riunificazione ad uno, in base alla patologia o al deficit dei non autosufficienti, alcolisti, malati psichiatrici, tossicodipendenti, ecc., con conseguente isolamento dalla normalità, l'intervento è standardizzato, la persona non esiste più. E' l'intenzione tra i soggetti responsabili dell'intervento pubblico, privato, privato sociale, ma soprattutto la partecipazione e l'attivazione delle risorse umane che rende possibile la centralità della persona, il mantenimento delle relazioni, il ruolo nel contesto sociale, ecc..

Il welfare mix si va sempre più affermando come il modello più efficace di riforma del welfare state. Ma è dalla collocazione e dal ruolo del Terzo settore che dipende la sua qualità. Una assunzione di ruolo crescente, come oggi sta avvenendo, collegata, direttamente o indirettamente, ad una svalorizzazione di tutto ciò che è pubblico, diventa funzionale al rifiuto del ruolo della politica (fino ad ipotizzare nei casi più strenui, sostituzioni di rappresentanze) e della regolazione istituzionale che coesiste con l'espandersi della logica individualista e di mercato che tende a rompere, perché li considera alla stregua di vincoli punitivi per i più meritevoli (più forti) la trama di rapporti e di obbligazioni che sono alla base di una società solidale. I legami comunitari e sociali passano in secondo piano e non incidono più sul comportamento individuale. La crisi fiscale ha una origine evidente in questa rottura del senso di ciò che è “comune”. Pagare le tasse per finanziare la scuola pubblica, la sanità pubblica, la difesa dell'ambiente, le strade, ecc. è considerato qualcosa di estraneo al concorso per determinare il miglioramento della propria qualità di vita. Non è sufficiente sollecitare l'espandersi dell'associazionismo, processo peraltro in atto, per contrastare egoismo ed utilitarismo, anzi, stiamo già assistendo ad un pericoloso atomizzarsi della società in tanti piccoli gruppi che diventano luoghi della difesa di interessi particolari.
Perché i fatti associativi siano valorizzazione e diffusione del senso civico, ricostituzione di identità e appartenenza comunitaria, fondamenti della solidarietà, è necessario che l'affermazione di ruolo coesista con il riconoscimento di un insieme di diritti fondamentali indispensabili ed indisponibili a logiche di mercato; agire in un sistema di regole condivise, riconoscere la natura pubblica del “benessere collettivo”.
E', dunque, l'esatta configurazione del ruolo della “società civile” e della sua relazione con il sistema istituzionale il discrimine che definisce le caratteristiche del nuovo welfare mix e la sua “efficacia universalistica”, è un grande progetto di riforma che coinvolge una pluralità di soggetti sociali, a partire dal sindacato. In questa prospettiva, lo scopo del volontariato, in particolare, è di sollecitare e diffondere l'impegno dei cittadini, la cultura della solidarietà, ma anche della responsabilità. E' un obiettivo difficile, ma indispensabile, perché oggi, purtroppo, i cittadini vivono in maniera sempre più distaccata la loro “appartenenza” più come “clienti” dello Stato che come parte di esso. Anche il volontariato deve contribuire a costruire una società in cui la solidarietà non sia atto “eroico” o “caritatevole” di pochi eletti, ma impegno responsabile di ciascuno, anche evitare il rischio di riproduzione asfittica di solidarietà verso i diseredati e i fragili, di cui il volontariato è “esecutore” privo di identità sociale e politica.
Per conseguire questo obiettivo è necessaria anche una forte innovazione dell'intervento statale e della sua qualità, affinchè esso possa costituire un punto di equilibrio tra l'espansione dell'impegno e della responsabilità individuale (volontariato) che deve essere incentivata e perseguita, e la tutela dei diritti e il perseguimento del “bene comune”. L'azione, ma soprattutto la responsabilità pubblica, deve essere integrata e non sostituita. Lo Stato sociale che conosciamo, quando ha funzionato, ha redistribuito “beni”; il nostro progetto di riforma mantiene al Welfare mix quote, fondamentale funzione solidale ed equitativa, ma esige anche, per la sua qualità, una redistribuzione di potere.
E' da qui che trae origine la peculiare forma di economia sociale, l'economia delle relazioni, che è alla base del documento sottoscritto con CGIL e SPI, a novembre '99, che definisce le basi del progetto politico e sociale che ci accomunano e all'interno del quale si è scelto di sviluppare il confronto e la progettazione sociale. La scelta supera sostanzialmente, ed è auspicabile in via definitiva, un “non rapporto” incentrato sulla logica del controllo come esercizio di potestà o come vuota rivendicazione di autonomia, che qualche volta nasconde voglie di separatezza se non intolleranza.
Per il necessario, ma difficile, obiettivo di riforma politica, sociale e istituzionale, timidamente avviato, ma ancora fragile ed esposto ad involuzioni particolaristiche, di mera difesa degli interessi, rivendicare una sorta di autosufficienza o di solitudine nell'operare, anche perché indubbiamente più semplice, oltre ad essere inefficace, sarebbe la negazione del progetto basato sul riconoscimento e la valorizzazione della “trama delle relazioni”. Noi dobbiamo arricchire la nostra capacità di lavorare insieme agli altri, siano essi associazioni che sindacato, “ l'unione fa la forza” , dice un vecchio adagio, credo che conservi ancora tutto il suo valore. Il valore dirompente dell'assunzione della centralità della persona, delle sue relazioni e, quindi, del territorio, deve essere evidenziato nella sua complessità e pervasività in cui ciascun soggetto, impegnato nella tutela dei diritti, agisce: nella politica, nella contrattazione, nel volontariato, nell'impegno sociale. Il valore del sindacato, il suo ruolo imprescindibilmente legato ad una società dei diritti, non necessita per parte nostra di alcun ripensamento, merita invece una riflessione, nostra, non sollecitata dal sindacato e da noi subìta, su come coinvolgere più compiutamente, mantenendo e anzi per questa via, identificare, concretamente la differenza e non sovrapponibilità dei ruoli, il sindacato. Come creare gli sforzi e le opportunità per costruire un reticolo di “laboratori della cittadinanza” visibile, forte, identificabile, efficace rispetto ai processi riformatori.
La connessione tra politiche afferenti il Terzo settore e il Welfare State, il benessere collettivo, è davanti agli occhi di tutti. C'è un grosso fermento nel mondo del Terzo settore, che nasce dalla consapevolezza della rilevanza sia di questo nesso che di questo passaggio strategico, l'idea di essere soggetti neutri è sempre più irrealistica e collocata su uno sfondo lontano. Nessuno pensa che il sindacato sia un soggetto dal quale si può prescindere, e sia pure con motivazioni, forme e intenzioni diverse si ritiene di dover ricercare una relazione; noi abbiamo un'opportunità in più, rispetto a quanti debbono ricercare le forme di un rapporto, una opportunità non un gap o un vincolo; il sindacato ha promosso la nostra associazione, l'ha fondata, non sempre ha colto fino in fondo il valore di questa scelta. Questa associazione, quindi, ha delle origini di cui essere orgogliosa, ma non è più sufficiente “aver fondato”, è necessario alimentare, far conoscere, dare rilevanza a questa scelta e ai valori che ne sono all'origine. Le attività che l'Auser svolge sono già, in larga parte, ma dovranno esserlo sempre di più, la esemplificazione, la dimostrazione del rapporto tra diritti e esercizio di cittadinanza, quindi del nucleo costitutivo di un nuovo welfare, occorre assumerne, fino in fondo, a partire da noi stessi per arrivare al sindacato, la dimensione politica. E' innegabile la diversità dei rapporti per qualità e quantità che l'Auser intrattiene con la CGIL e con lo SPI. Il Sindacato Pensionati è stato l'artefice, ha investito risorse umane e finanziarie; l'affermazione della “risorsa anziani” è sua missione e la positiva esperienza dell'Auser ha contribuito, contribuisce e dovrà contribuire a rafforzare questo concetto! Il legame forte è la “condivisione” di questo obiettivo, non essere “strumento” di questo obiettivo. Ma proprio l'esperienza fatta in questi anni ci ha dimostrato che rivendicare con gli anziani e per gli anziani, il riconoscimento di essere cittadini, con pienezza di diritti, sempre, di veder riconosciuto il valore, per la società, delle esperienze e competenze acquisite, di cogliere l'opportunità di un uso utile e creativo del tempo liberato dal lavoro, ci ha evidenziato il valore generale dell'assunzione della persona e delle sue relazioni come cardine delle politiche riformatrici. Ed è qui che si innesta l'interesse diretto della CGIL alla nostra esperienza, e anche in questo caso è giusto riconoscere e valorizzare la novità di un maggiore interesse alle attività dell'Auser. Possono esserci, anzi ci sono, non molte, zone grigie nella nostra attività, rispetto alle finalità statutarie e alla scelta politica fatta, non rispetto alla legalità. Queste contraddizioni sono state affrontate e risolte dall'Auser, e così si continuerà a fare, ma l'Auser non può essere definita sulla base di queste esperienze. L'Auser è ben altro, e il valore delle sue attività dovrebbe essere più evidente e più riconosciuto.

Qual è il centro, spesso anche inconsapevole, e questo è un problema della nostra attività, se non “la relazione”, cioè l'attivazione di un rapporto che consente di “comunicare” e “relativizzare”, condizione di base per la coesione, la solidarietà e l'inclusione sociale come reciprocità, non come omologazione dell'uno sul modello dell'altro, contro l'intolleranza, l'esclusione, la selezione e l'affermazione della forza e dell'interesse in luogo del diritto. Relazione non solo tra le persone, ma con l'ambiente, per il suo rispetto, salvaguardia, valorizzazione. Rendere sempre più evidente il valore delle relazioni quale caratterizzazione della nostra attività per attribuirle sempre maggiore valore ed efficacia politica, per farla diventare tratto fondante della nostra identità. Per questo, nei mesi che ci separano dall'Assemblea di Perugia, nel rispetto delle indicazioni dell'Assemblea, abbiamo iniziato a definire più compiutamente il ruolo delle aree tematiche attraverso la elaborazione di progetti di lavoro: Università, Fili d'Argento, ristrutturazione organizzativa. L'obiettivo è coniugare il valore dell'autonomia e identità delle singole, specifiche esperienze, con la valorizzazione della capacità sinergica.
E' in questa ottica, oltre che come opportunità di raccordo con l'attività progettuale del sindacato, che abbiamo firmato una convenzione con l'associazione per la progettazione sociale “Servizi Nuovi”. L'Associazione che ospiteremo in comodato gratuito, nella nostra nuova sede, si è costituita proprio con l'obiettivo di affermare quella peculiare forma di economia sociale, basata sulle relazioni. Il rapporto, regolato con specifico protocollo, con “Servizi Nuovi” è una opportunità che non dobbiamo perdere di qualificazione della nostra attività, e per accedere, attraverso i progetti, ai finanziamenti previsti sia a livello nazionale che europeo. Noi dobbiamo imparare ad avere piena consapevolezza del valore delle attività che svolgiamo, esserne orgogliosi e sentirci responsabili della loro qualità, ma anche della loro valorizzazione.. Lo sviluppo dell'attività deve essere accompagnato, parallelamente, dall'impegno allo sviluppo e alla diffusione di un modello culturale capace di ? nella ridefinizione delle politiche sociali. La qualità e il messaggio che debbono distinguere la nostra attività debbono diventare un punto di riferimento per la progettazione sociale. Deve essere evidente e riconoscibile il nesso fra questa nostra identità e le posizioni che assumiamo e sosteniamo su tutti i livelli e in tutte le sedi. Il mondo del Terzo settore è attraversato da un malessere che rischia di mettere in discussione lo stesso patto che in questi anni ha portato alla costituzione e alla affermazione del Forum. Non è del tutto evidente il disegno, ma è sufficientemente chiaro il tentativo di ricostituire una unità del mondo cattolico proprio a partire da questa connotazione, svuotando le positive esperienze di trasversalità e unità che hanno caratterizzato la fase che ha portato all'insediamento del Forum. Raggiunto il risultato di una affermazione e consolidamento di ruolo, il patto con Prodi e il tavolo di concertazione con D'Alema, si delinea un rischio di crisi legato all'assenza di un progetto comune diverso dal comune interesse di “riconoscibilità”.
In particolare per il volontariato, esiste anche il disagio di una scarsa visibilità nella rappresentanza rispetto al prevalere del ruolo delle associazioni della cooperazione sociale. L'esperienza del Forum va ribadita, come pure la presenza del volontariato al suo interno, ma perchè questo sia possibile è necessario ridefinire con chiarezza il ruolo del Forum, la sua incapacità di essere soggetto attivitatore di progettualità comune e capace di rispondere, anche collettivamente, agli impegni assunti al tavolo della concertazione, di “dimostrare” il valore aggiunto del Forum nelle politiche sociali e del lavoro, il rapporto tra l'autonomia di ogni singola associazione e la rappresentanza collettiva del Forum , nonché le modalità in cui si rappresentano, all'interno, le varie anime: volontariato, associazionismo, impresa sociale. L'uscita del volontariato dal Forum, costituirebbe, una lesione gravissima al progetto di valorizzazione della società civile, relegandolo al ruolo di rappresentanza di una particolare modalità di impresa.
Ma affinchè la coesistenza sia possibile, è necessario affrontare i nodi aperti e soprattutto avere la capacità di sperimentare anche una progettualità che preveda l'integrazione dei vari soggetti come modello alternativo, di qualità, ai rischi di deregolazione del lavoro e dequalificazione dei servizi. Disagio e fermento si avvertono anche nella discussione sulla Legge 266/91 che regola il volontariato.
La Conferenza di Foligno aveva trovato un punto di equilibrio in una valutazione positiva della legge che individuava alcune modifiche da apportare, senza intaccare però la struttura della legge, ma soprattutto lo spirito. Il dibattito che si è riaperto propone una riscrittura integrale della legge sulla base di un assunto di autoreferenzialità e autosufficienza: più spazio e potere, meno regole. Il dibattito intorno alla riforma del Servizio di leva, con il superamento della leva obbligatoria (e quindi dell'obiezione di coscienza), e la proposta di servizio civile obbligatorio, ci dovrebbero far riflettere sulla reale consistenza del volontariato e soprattutto sulla disponibilità delle persone a “fare volontariato”. In questa situazione si avverte il rischio che il volontariato, invece che proporsi come “attivatore” di cittadinanza, rifluisca verso scelte privatistiche e residuali.
La 266 deve essere adeguata, non cancellata e riscritta, ma questo non è sufficiente ad affrontare una crisi, che non è più molto latente, e che ha varie sfaccettature; è necessario il rilancio di un grande progetto, con solidi riferimenti ideali e valoriali, sul volontariato, il suo ruolo, la sua identità. La 266, anche rispetto a questa esigenza, istituisce i Centri di Servizio per il volontariato. E' stata una grande conquista, perché essi sono, contemporaneamente, il riconoscimento della funzione sociale del volontariato e dell'esigenza di qualificazione di questo soggetto, di cui la collettività (?) si fa carico proprio in virtù della considerazione del suo peculiare ruolo.
I finanziamenti ai Centri di servizio (un quindicesimo dei proventi delle fondazioni) è andato in questi anni via via aumentando, ma non la capacità di spesa. Il rischio è che si ritenga inutile continuare a finanziare i Centri come variante che non debbono più essere le fondazioni bancarie, posizione condivisa e qualche volta proposta dalle stesse associazioni di volontariato. Due considerazioni /riflessioni diventano necessarie: una relativamente al rapporto tra la qualità della presenza del volontariato sul territorio e la capacità di utilizzare le risorse dedicate, e l'altra sul desiderio che si evidenzia di “rifugiarsi” nel proprio privato evitando di confrontarsi con realtà diverse, con la capacità di fare rete e progettazione. L'Auser è un'associazione che è cresciuta rapidamente, sia in quantità che in qualità privilegiando il fare all'apparire. E' una scelta lodevole e la priorità del fare non deve mai essere abbandonata. Ma è altrettanto necessario e doveroso valorizzare il fare anche attraverso la costruzione di una riconoscibile identità. Per poterlo fare dobbiamo rafforzare la struttura organizzativa, soprattutto nella sua capacità di comunicazione, di fare rete, di conoscenza dei nostri associati, di assoluta trasparenza amministrativa, di capacità di verifica delle nostre attività. Un'autonomia sostanziale e non formale si fonda su queste pre-condizioni. La coerenza tra le finalità statutarie, i valori che ci ispirano e le attività che svolgiamo deve essere massima. Le zone d'ombra, per qunanto marginali, ledono gravemente la nostra immagine e pregiudicano pesantemente i nostri rapporti con il sindacato, che soprattutto in ragione di questo, spesso, sono più di controllo, quindi di subalternità, che di confronto politico, quindi di pari dignità. L'attivazione di una funzione di verifica sulle attività svolte, da parte della Presidenza nazionale, non ha alcun intento punitivo, né è mosso da sospetti. L'obiettivo è esattamente opposto: eliminare i sospetti, i chiacchiericci e restituire piena dignità a ciò che facciamo ; ciò non toglie, ovviamente, che laddove ci fossero situazioni anomale queste debbono essere risolte. La capacità autoregolativa è una condizione dell'autonomia. I regolamenti adottati, approvati dal Direttivo, vogliono essere strumenti che aiutano il conseguimento di questi obiettivi. Conoscere il più esattamente possibile la platea dei nostri iscritti non è un inutile appesantimento burocratico, ma una necessità inscindibilmente legata alla fruibilità, nonchè alla sua qualità ed efficacia, di promozione dell'Auser, di coinvolgimento dei propri iscritti, ecc.. Saremmo un'associazione poco credibile se non avessimo neanche un completo ed attendibile elenco degli iscritti e soprattutto se non vivessimo come un limite e una contraddizione rispetto alla nostra missione l'impossibilità di comunicare con i nostri iscritti, far loro conoscere le nostre attività, tentare di coinvolgerli nei nostri progetti, provando a restringere la forbice fra iscritti e volontari e concretizzare, a partire da noi, il principio della partecipazione come fondamento delle democrazia e del rinnovamento. Dobbiamo predisporre un programma per la comunicazione interna ed esterna che concorra a far conoscere l'Auser e a valorizzare le attività svolte. Ciò che noi facciamo è il nostro patrimonio, il nostro biglietto da visita, la credibilità della nostra associazione. Le esperienze debbono essere messe in rete anche per lo scambio e la diffusione delle stesse. C'è una sorta di incomprensibile reticenza e di forte pigrizia a far conoscere la capacità e la qualità del nostro fare. E' una penalizzazione non più sostenibile e compatibile con l'obiettivo di dispiegare completamente le nostre potenzialità nel processo di riforma dello Stato sociale e di riqualificazione delle nostre città e delle relazioni. Il progetto è avviato con la redazione dell'Agenzia quindicinale e della Newsletter mensile, ma il “livello di contatto” del nazionale è estremamente basso. 35 collegamenti e-mail (Internet) su 800 centri Auser. Nella situazione attuale deve funzionare una distribuzione a cascata, ma l'obiettivo comune deve essere un collegamento informatico, molto più diffuso dell'attuale, tale da permettere costantemente, informazione, dialogo, circolazione di iniziative, anche con la costituzione tramite internet di banche dati che diventino una risorsa per tutta l'organizzazione e un pezzo della nostra identità.
Perché ciò sia possibile, è necessario l'afflusso delle informazioni, attività, oggi, quasi inesistente. Credo che sarà opportuno dedicare una sessione specifica del Direttivo a questo tema. Dobbiamo essere presente sui canali (o chiedere di essere presenti) informativi del sindacato, radio, televisione, giornali. Noi utilizziamo da diversi mesi una pagina de mensile dello SPI “LiberEtà”. Noi abbiamo sottoscritto un accordo che prevede la disponibilità di una pagina in cambio della sottoscrizione di almeno 500 abbonamenti. Non si ha ancora alcun riscontro. E' evidente che gli accordi, così, non reggono.
Abbiamo predisposto una modesta campagna immagine, che deve però essere sfruttata al massimo: utilizzo delle locandine nei luoghi pubblici, centri anziani, posti di lavoro, autobus e diffusione del depliant di presentazione, anche a sostegno della campagna di tesseramento. Ci siamo posti un obiettivo molto ambizioso di 200.000 iscritti, l'obiettivo è conseguibile all'unica condizione che si utilizzino tutte le potenzialità aperte dal Protocollo CGIL – SPI e AUSER, non perché il sindacato faccia la tessera all'Auser, ma perché si promuova, anche solo facendola conoscere, l'Auser tra pensionati e lavoratori. L'aumento degli iscritti rappresenta un importante fatto politico e un passo avanti in direzione i una sempre maggiore, anche se ancora distante, autonomia economica, oggi anche di risanamento.
L'Auser Nazinale ha una situazione economica moto pesante, a livello di una limitazione ? della capacità di attività. Se non ci fosse stato il contributo straordinario dello SPI, a fondo perduto, di Lit. 200milioni, la gestione ordinaria '99 avrebbe accumulato un ulteriore disavanzo di oltre __________ di Lit. _________ .

Le cause sono molteplici, l'assenza di regole e la impossibilità di verificare la certezza delle entrate e la scarsa trasparenza. Noi abbiamo crediti ingenti nei confronti di alcune strutture, di cui da sempre è difficile ricostruire l'origine e sono talmente datati, da risultare un inutile orpello del bilancio, utile solo a mascherare il disavanzo. Abbiamo esigenze di minima organizzazione amministrativa; nasce da questa urgenza, oltre che da oggettive esigenze, le regole che abbiamo iniziato a darci, sia come centro nazionale che nei rapporti con le strutture, a partire dalla separazione dei conti per i versamenti relativi alle assicurazioni e quelli relativi al tesseramento.
Noi dobbiamo costruire una gestione in equilibrio tra entrate ed uscite, non si può neanche ipotizzare una situazione in cui si continui a spendere più di quanto non si riesca ad incassare. In tal senso, il versamento delle quote al Nazionale no può essere un impegno che vale quando e se i soldi ci sono, senza assumerne il rispetto degli obiettivi come un vincolo prioritario, di cui il mancato conseguimento attiva una riflessione comune sulle cause, le difficoltà, gli ostacoli, onde rimuoverli. In tal modo è possibile avviare anche una politica di sostegno solidale per lo sviluppo delle situazioni più deboli.