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Assemblea Congressuale Auser
Pesaro 2000
Relazione di Maria Guidotti
Presidente dell'Auser
L'ultimo ventennio è stato dominato dal pensiero
unico, cioè dall'affermazione della centralità del
mercato fino ad arrivare a riconoscergli capacità di
autoregolazione e di regolazione sociale. In questo
contesto la stessa funzione della politica è stata
ridimensionata a “funzione di sostegno delle esigenze
del mercato”. Si avverte, sempre più pressante,
però,
l'esigenza di uscire da questo stato di afasia della
politica, della sua perdita di ruolo; un primo significativo
segnale è stata l'elezione dei governi di centro-sinistra
in Europa, ma è ancora troppo evidente la mancanza
di linee di uscita chiaramente identificate, risultano,
al contrario, ancora molto brancolanti. Nella prospettiva
di una riacquisizione di concretezza e di collegamento
con la società, l'associazionismo (Terzo settore)
e un soggetto che può concorrere fortemente
a processi di fuoriuscita dal pensiero unico.
Fino ad
oggi, però, questa espressione della
società civile si è ritagliata, prevalentemente,
spazi residuali e interstiziali, ed ha scarsamente
espresso vocazione verso politiche di carattere generale.
Accontentandosi, anzi spesso rivendicando, il ruolo
di “erogatore di servizi”, il Terzo settore si è configurato
come un soggetto incapace di superare la sostanziale
separatezza tra domanda e offerta di servizi, non ponendosi,
o facendolo marginalmente ed inefficacemente, l'esigenza
della promozione del riconoscimento e del rafforzamento
della autonoma capacità di elaborazione ed espressione
dei bisogni, nonché della partecipazione al
loro soddisfacimento della domanda, cioè delle
persone – condizione radicalmente diversa dall'effimero
potere che viene individuato nella “libertà di
scelta” tra le offerte del mercato che nella più recente
versione ci veniva offerta dai quesiti referendari
promossi dai radicali, fortunatamente in larga parte
non ammessi dalla Corte Costituzionale.
Per apparente
paradosso, è proprio attraverso
l'esaltazione dell'individuo e del riconoscimento della
sua libertà di scelta, che si realizza la sostanziale
subalternità e marginalità della persona
rispetto alle dinamiche finanziarie ed economiche che
si esprimono nel mercato. Il recupero della centralità della
persona, è oggi condizione e obiettivo della
riforma del welfare state, ma la effettiva centralità della
persona si afferma solo nell'esplicazione autonoma
dei suoi bisogni, a partire dai quali deve avvenire
la riprogettazione del welfare state e riconoscendo
come risorse determinanti, per la qualità e
per la quantità delle prestazioni, quelle culturali,
di saperi, di esperienze e di relazioni di cui ciascun
individuo è portatore.
Se, come è ormai ampiamente riconosciuto, la
crisi del welfare è una crisi non solo finanziaria,
ma anche, o forse soprattutto, di efficacia, essa trova
le sue radici profonde nella “autoreferenzialità” del
sistema dei servizi, cioè nella sua incapacità di
adeguarsi alle esigenze delle persone, che al contrario
debbono esse adeguarsi alle rigidità e alle
esigenze dei servizi, assumerne il linguaggio per tentare
di accedervi. La cittadinanza che irrompe nel sistema,
con il suo potere e le sue risorse, è condizione
per la rottura di questa autoreferenzialità, è perché la
persona non sia più un soggetto astratto, presa
in considerazione di volta in volta come bisogno, deficit,
patologia, ecc., ma si “agisce” a partire dalla sua
rete di relazioni, dalle sue competenze, dai suoi diritti.
Il Terzo settore, e in particolare, al proprio interno
il volontariato, deve assumere sempre più chiaramente
e decisamente, la funzione di volano della attivazione
della cittadinanza, non solo come rivendicazione di
diritti, ma anche come assunzione di responsabilità.
L'azione volontaria, quindi, come generosa messa a
disposizione dell'altro del proprio tempo, dei propri
saperi, ecc., ma riconoscendone fino in fondo anche
il valore di assunzione di responsabilità nei
confronti della collettività, della qualità della
vita della comunità di appartenenza e quindi
il riconoscimento della dimensione pubblica del benessere
collettivo. In questo senso, il volontariato “deve” rivendicare
un aumento della capacità e qualità progettuale
delle istituzioni pubbliche, della loro responsabilità,
non assecondarne il ritrarsi. Il volontariato, inteso
come particolare e qualificata modalità di esercizio
della cittadinanza, si fa carico della complessità sociale,
contro le imperanti semplificazioni burocratiche che
oggi caratterizzano la società, creando le condizione
per una organizzazione dei servizi che nasce dalla
persona.
Le forme diffuse di istituzionalizzazione,
contro le quali da lungo tempo, anche con risultati
significativi il movimento democratico combatte, è la
risposta semplificata e burocratica della complessità sociale:
la riunificazione ad uno, in base alla patologia o
al deficit dei non autosufficienti, alcolisti, malati
psichiatrici, tossicodipendenti, ecc., con conseguente
isolamento dalla normalità, l'intervento è standardizzato,
la persona non esiste più. E' l'intenzione tra
i soggetti responsabili dell'intervento pubblico, privato,
privato sociale, ma soprattutto la partecipazione e
l'attivazione delle risorse umane che rende possibile
la centralità della persona, il mantenimento
delle relazioni, il ruolo nel contesto sociale, ecc..
Il welfare mix si va sempre più affermando
come il modello più efficace di riforma del
welfare state. Ma è dalla collocazione e dal
ruolo del Terzo settore che dipende la sua qualità.
Una assunzione di ruolo crescente, come oggi sta avvenendo,
collegata, direttamente o indirettamente, ad una svalorizzazione
di tutto ciò che è pubblico, diventa
funzionale al rifiuto del ruolo della politica (fino
ad ipotizzare nei casi più strenui, sostituzioni
di rappresentanze) e della regolazione istituzionale
che coesiste con l'espandersi della logica individualista
e di mercato che tende a rompere, perché li
considera alla stregua di vincoli punitivi per i più meritevoli
(più forti) la trama di rapporti e di obbligazioni
che sono alla base di una società solidale.
I legami comunitari e sociali passano in secondo piano
e non incidono più sul comportamento individuale.
La crisi fiscale ha una origine evidente in questa
rottura del senso di ciò che è “comune”.
Pagare le tasse per finanziare la scuola pubblica,
la sanità pubblica, la difesa dell'ambiente,
le strade, ecc. è considerato qualcosa di estraneo
al concorso per determinare il miglioramento della
propria qualità di vita. Non è sufficiente
sollecitare l'espandersi dell'associazionismo, processo
peraltro in atto, per contrastare egoismo ed utilitarismo,
anzi, stiamo già assistendo
ad un pericoloso atomizzarsi della società in
tanti piccoli gruppi che diventano luoghi della difesa
di interessi particolari.
Perché i fatti associativi
siano valorizzazione e diffusione del senso civico,
ricostituzione di identità e
appartenenza comunitaria, fondamenti della solidarietà, è necessario
che l'affermazione di ruolo coesista con il riconoscimento
di un insieme di diritti fondamentali indispensabili
ed indisponibili a logiche di mercato; agire in un
sistema di regole condivise, riconoscere la natura
pubblica del “benessere collettivo”.
E', dunque, l'esatta
configurazione del ruolo della “società civile” e
della sua relazione con il sistema istituzionale il
discrimine che definisce le caratteristiche del nuovo
welfare mix e la sua “efficacia universalistica”, è un
grande progetto di riforma che coinvolge una pluralità di
soggetti sociali, a partire dal sindacato. In questa
prospettiva, lo scopo del volontariato, in particolare, è di
sollecitare e diffondere l'impegno dei cittadini, la
cultura della solidarietà,
ma anche della responsabilità. E' un obiettivo
difficile, ma indispensabile, perché oggi, purtroppo,
i cittadini vivono in maniera sempre più distaccata
la loro “appartenenza” più come “clienti” dello
Stato che come parte di esso. Anche il volontariato
deve contribuire a costruire una società in
cui la solidarietà non sia atto “eroico” o “caritatevole” di
pochi eletti, ma impegno responsabile di ciascuno,
anche evitare il rischio di riproduzione asfittica
di solidarietà verso i diseredati e i fragili,
di cui il volontariato è “esecutore” privo di
identità sociale e politica.
Per conseguire
questo obiettivo è necessaria
anche una forte innovazione dell'intervento statale
e della sua qualità, affinchè esso possa
costituire un punto di equilibrio tra l'espansione
dell'impegno e della responsabilità individuale
(volontariato) che deve essere incentivata e perseguita,
e la tutela dei diritti e il perseguimento del “bene
comune”. L'azione, ma soprattutto la responsabilità pubblica,
deve essere integrata e non sostituita. Lo Stato sociale
che conosciamo, quando ha funzionato, ha redistribuito “beni”;
il nostro progetto di riforma mantiene al Welfare mix
quote, fondamentale funzione solidale ed equitativa,
ma esige anche, per la sua qualità, una redistribuzione
di potere.
E' da qui che trae origine la peculiare
forma di economia sociale, l'economia delle relazioni,
che è alla
base del documento sottoscritto con CGIL e SPI, a novembre
'99, che definisce le basi del progetto politico e
sociale che ci accomunano e all'interno del quale si è scelto
di sviluppare il confronto e la progettazione sociale.
La scelta supera sostanzialmente, ed è auspicabile
in via definitiva, un “non rapporto” incentrato sulla
logica del controllo come esercizio di potestà o
come vuota rivendicazione di autonomia, che qualche
volta nasconde voglie di separatezza se non intolleranza.
Per il necessario, ma difficile, obiettivo di riforma
politica, sociale e istituzionale, timidamente avviato,
ma ancora fragile ed esposto ad involuzioni particolaristiche,
di mera difesa degli interessi, rivendicare una sorta
di autosufficienza o di solitudine nell'operare, anche
perché indubbiamente più semplice, oltre
ad essere inefficace, sarebbe la negazione del progetto
basato sul riconoscimento e la valorizzazione della “trama
delle relazioni”. Noi dobbiamo arricchire la nostra
capacità di
lavorare insieme agli altri, siano essi associazioni
che sindacato, “ l'unione fa la forza” , dice
un vecchio adagio, credo che conservi ancora tutto
il suo valore. Il valore dirompente dell'assunzione
della centralità della persona, delle sue relazioni
e, quindi, del territorio, deve essere evidenziato
nella sua complessità e pervasività in
cui ciascun soggetto, impegnato nella tutela dei diritti,
agisce: nella politica, nella contrattazione, nel volontariato,
nell'impegno sociale. Il valore del sindacato, il suo
ruolo imprescindibilmente legato ad una società dei
diritti, non necessita per parte nostra di alcun ripensamento,
merita invece una riflessione, nostra, non sollecitata
dal sindacato e da noi subìta, su come coinvolgere
più compiutamente,
mantenendo e anzi per questa via, identificare, concretamente
la differenza e non sovrapponibilità dei ruoli,
il sindacato. Come creare gli sforzi e le opportunità per
costruire un reticolo di “laboratori della cittadinanza” visibile,
forte, identificabile, efficace rispetto ai processi
riformatori.
La connessione tra politiche afferenti
il Terzo settore e il Welfare State, il benessere collettivo, è davanti
agli occhi di tutti. C'è un grosso fermento
nel mondo del Terzo settore, che nasce dalla consapevolezza
della rilevanza sia di questo nesso che di questo passaggio
strategico, l'idea di essere soggetti neutri è sempre
più irrealistica e collocata su uno sfondo lontano.
Nessuno pensa che il sindacato sia un soggetto dal
quale si può prescindere, e sia pure con motivazioni,
forme e intenzioni diverse si ritiene di dover ricercare
una relazione; noi abbiamo un'opportunità in
più, rispetto a quanti debbono ricercare le
forme di un rapporto, una opportunità non un
gap o un vincolo; il sindacato ha promosso la nostra
associazione, l'ha fondata, non sempre ha colto fino
in fondo il valore di questa scelta. Questa associazione,
quindi, ha delle origini di cui essere orgogliosa,
ma non è più sufficiente “aver fondato”, è necessario
alimentare, far conoscere, dare rilevanza a questa
scelta e ai valori che ne sono all'origine. Le attività che
l'Auser svolge sono già, in larga parte, ma
dovranno esserlo sempre di più, la esemplificazione,
la dimostrazione del rapporto tra diritti e esercizio
di cittadinanza, quindi del nucleo costitutivo di un
nuovo welfare, occorre assumerne, fino in fondo, a
partire da noi stessi per arrivare al sindacato, la
dimensione politica. E' innegabile la diversità dei
rapporti per qualità e quantità che l'Auser
intrattiene con la CGIL e con lo SPI. Il Sindacato
Pensionati è stato l'artefice, ha investito
risorse umane e finanziarie; l'affermazione della “risorsa
anziani” è sua missione e la positiva esperienza
dell'Auser ha contribuito, contribuisce e dovrà contribuire
a rafforzare questo concetto! Il legame forte è la “condivisione” di
questo obiettivo, non essere “strumento” di questo
obiettivo. Ma proprio l'esperienza fatta in questi
anni ci ha dimostrato che rivendicare con gli anziani
e per gli anziani, il riconoscimento di essere cittadini,
con pienezza di diritti, sempre, di veder riconosciuto
il valore, per la società, delle esperienze
e competenze acquisite, di cogliere l'opportunità di
un uso utile e creativo del tempo liberato dal lavoro,
ci ha evidenziato il valore generale dell'assunzione
della persona e delle sue relazioni come cardine delle
politiche riformatrici. Ed è qui che si innesta
l'interesse diretto della CGIL alla nostra esperienza,
e anche in questo caso è giusto riconoscere
e valorizzare la novità di un maggiore interesse
alle attività dell'Auser. Possono esserci, anzi
ci sono, non molte, zone grigie nella nostra attività,
rispetto alle finalità statutarie e alla scelta
politica fatta, non rispetto alla legalità.
Queste contraddizioni sono state affrontate e risolte
dall'Auser, e così si continuerà a fare,
ma l'Auser non può essere definita sulla base
di queste esperienze. L'Auser è ben altro, e
il valore delle sue attività dovrebbe essere
più evidente e più riconosciuto.
Qual è il centro, spesso anche inconsapevole,
e questo è un problema della nostra attività,
se non “la relazione”, cioè l'attivazione di
un rapporto che consente di “comunicare” e “relativizzare”,
condizione di base per la coesione, la solidarietà e
l'inclusione sociale come reciprocità, non come
omologazione dell'uno sul modello dell'altro, contro
l'intolleranza, l'esclusione, la selezione e l'affermazione
della forza e dell'interesse in luogo del diritto.
Relazione non solo tra le persone, ma con l'ambiente,
per il suo rispetto, salvaguardia, valorizzazione.
Rendere sempre più evidente il valore delle
relazioni quale caratterizzazione della nostra attività per
attribuirle sempre maggiore valore ed efficacia politica,
per farla diventare tratto fondante della nostra identità.
Per questo, nei mesi che ci separano dall'Assemblea
di Perugia, nel rispetto delle indicazioni dell'Assemblea,
abbiamo iniziato a definire più compiutamente
il ruolo delle aree tematiche attraverso la elaborazione
di progetti di lavoro: Università, Fili d'Argento,
ristrutturazione organizzativa. L'obiettivo è coniugare
il valore dell'autonomia e identità delle singole,
specifiche esperienze, con la valorizzazione della
capacità sinergica.
E' in questa ottica, oltre
che come opportunità di
raccordo con l'attività progettuale del sindacato,
che abbiamo firmato una convenzione con l'associazione
per la progettazione sociale “Servizi Nuovi”. L'Associazione
che ospiteremo in comodato gratuito, nella nostra nuova
sede, si è costituita proprio con l'obiettivo
di affermare quella peculiare forma di economia sociale,
basata sulle relazioni. Il rapporto, regolato con specifico
protocollo, con “Servizi Nuovi” è una opportunità che
non dobbiamo perdere di qualificazione della nostra
attività, e per accedere, attraverso i progetti,
ai finanziamenti previsti sia a livello nazionale che
europeo. Noi dobbiamo imparare ad avere piena consapevolezza
del valore delle attività che svolgiamo, esserne
orgogliosi e sentirci responsabili della loro qualità,
ma anche della loro valorizzazione.. Lo sviluppo dell'attività deve
essere accompagnato, parallelamente, dall'impegno allo
sviluppo e alla diffusione di un modello culturale
capace di ? nella ridefinizione delle politiche sociali.
La qualità e il messaggio che debbono distinguere
la nostra attività debbono diventare un punto
di riferimento per la progettazione sociale. Deve essere
evidente e riconoscibile il nesso fra questa nostra
identità e le posizioni che assumiamo
e sosteniamo su tutti i livelli e in tutte le sedi.
Il mondo del Terzo settore è attraversato da
un malessere che rischia di mettere in discussione
lo stesso patto che in questi anni ha portato alla
costituzione e alla affermazione del Forum. Non è del
tutto evidente il disegno, ma è sufficientemente
chiaro il tentativo di ricostituire una unità del
mondo cattolico proprio a partire da questa connotazione,
svuotando le positive esperienze di trasversalità e
unità che hanno caratterizzato la fase che ha
portato all'insediamento del Forum. Raggiunto il risultato
di una affermazione e consolidamento di ruolo, il patto
con Prodi e il tavolo di concertazione con D'Alema,
si delinea un rischio di crisi legato all'assenza di
un progetto comune diverso dal comune interesse di “riconoscibilità”.
In particolare per il volontariato, esiste anche il
disagio di una scarsa visibilità nella rappresentanza
rispetto al prevalere del ruolo delle associazioni
della cooperazione sociale. L'esperienza del Forum
va ribadita, come pure la presenza del volontariato
al suo interno, ma perchè questo sia possibile è necessario
ridefinire con chiarezza il ruolo del Forum, la sua
incapacità di essere soggetto attivitatore di
progettualità comune e capace di rispondere,
anche collettivamente, agli impegni assunti al tavolo
della concertazione, di “dimostrare” il valore aggiunto
del Forum nelle politiche sociali e del lavoro, il
rapporto tra l'autonomia di ogni singola associazione
e la rappresentanza collettiva del Forum , nonché le
modalità in cui si rappresentano, all'interno,
le varie anime: volontariato, associazionismo, impresa
sociale. L'uscita del volontariato dal Forum, costituirebbe,
una lesione gravissima al progetto di valorizzazione
della società civile, relegandolo al ruolo di
rappresentanza di una particolare modalità di
impresa.
Ma affinchè la coesistenza sia possibile, è necessario
affrontare i nodi aperti e soprattutto avere la capacità di
sperimentare anche una progettualità che preveda
l'integrazione dei vari soggetti come modello alternativo,
di qualità, ai rischi di deregolazione del lavoro
e dequalificazione dei servizi. Disagio e fermento
si avvertono anche nella discussione sulla Legge 266/91
che regola il volontariato.
La Conferenza di Foligno
aveva trovato un punto di equilibrio in una valutazione
positiva della legge che individuava alcune modifiche
da apportare, senza intaccare però la struttura
della legge, ma soprattutto lo spirito. Il dibattito
che si è riaperto
propone una riscrittura integrale della legge sulla
base di un assunto di autoreferenzialità e autosufficienza:
più spazio e potere, meno regole. Il dibattito
intorno alla riforma del Servizio di leva, con il superamento
della leva obbligatoria (e quindi dell'obiezione di
coscienza), e la proposta di servizio civile obbligatorio,
ci dovrebbero far riflettere sulla reale consistenza
del volontariato e soprattutto sulla disponibilità delle
persone a “fare volontariato”. In questa situazione
si avverte il rischio che il volontariato, invece che
proporsi come “attivatore” di
cittadinanza, rifluisca verso scelte privatistiche
e residuali.
La 266 deve essere adeguata, non cancellata
e riscritta, ma questo non è sufficiente ad
affrontare una crisi, che non è più molto
latente, e che ha varie sfaccettature; è necessario
il rilancio di un grande progetto, con solidi riferimenti
ideali e valoriali, sul volontariato, il suo ruolo,
la sua identità. La 266, anche rispetto a questa
esigenza, istituisce i Centri di Servizio per il volontariato.
E' stata una grande conquista, perché essi sono,
contemporaneamente, il riconoscimento della funzione
sociale del volontariato e dell'esigenza di qualificazione
di questo soggetto, di cui la collettività (?)
si fa carico proprio in virtù della considerazione
del suo peculiare ruolo.
I finanziamenti ai Centri
di servizio (un quindicesimo dei proventi delle fondazioni) è andato
in questi anni via via aumentando, ma non la capacità di
spesa. Il rischio è che si ritenga inutile continuare
a finanziare i Centri come variante che non debbono
più essere le fondazioni bancarie, posizione
condivisa e qualche volta proposta dalle stesse associazioni
di volontariato. Due considerazioni /riflessioni diventano
necessarie: una relativamente al rapporto tra la qualità della
presenza del volontariato sul territorio e la capacità di
utilizzare le risorse dedicate, e l'altra sul desiderio
che si evidenzia di “rifugiarsi” nel proprio privato
evitando di confrontarsi con realtà diverse,
con la capacità di fare rete e progettazione.
L'Auser è un'associazione che è cresciuta
rapidamente, sia in quantità che in qualità privilegiando
il fare all'apparire. E' una scelta lodevole e la priorità del
fare non deve mai essere abbandonata. Ma è altrettanto
necessario e doveroso valorizzare il fare anche attraverso
la costruzione di una riconoscibile identità.
Per poterlo fare dobbiamo rafforzare la struttura organizzativa,
soprattutto nella sua capacità di
comunicazione, di fare rete, di conoscenza dei nostri
associati, di assoluta trasparenza amministrativa,
di capacità di verifica delle nostre attività.
Un'autonomia sostanziale e non formale si fonda su
queste pre-condizioni. La coerenza tra le finalità statutarie,
i valori che ci ispirano e le attività che svolgiamo
deve essere massima. Le zone d'ombra, per qunanto marginali,
ledono gravemente la nostra immagine e pregiudicano
pesantemente i nostri rapporti con il sindacato, che
soprattutto in ragione di questo, spesso, sono più di
controllo, quindi di subalternità, che di confronto
politico, quindi di pari dignità. L'attivazione
di una funzione di verifica sulle attività svolte,
da parte della Presidenza nazionale, non ha alcun intento
punitivo, né è mosso da sospetti. L'obiettivo è esattamente
opposto: eliminare i sospetti, i chiacchiericci e restituire
piena dignità a ciò che facciamo ; ciò non
toglie, ovviamente, che laddove ci fossero situazioni
anomale queste debbono essere risolte. La capacità autoregolativa è una
condizione dell'autonomia. I regolamenti adottati,
approvati dal Direttivo, vogliono essere strumenti
che aiutano il conseguimento di questi obiettivi. Conoscere
il più esattamente possibile la platea
dei nostri iscritti non è un inutile appesantimento
burocratico, ma una necessità inscindibilmente
legata alla fruibilità, nonchè alla sua
qualità ed efficacia, di promozione dell'Auser,
di coinvolgimento dei propri iscritti, ecc.. Saremmo
un'associazione poco credibile se non avessimo neanche
un completo ed attendibile elenco degli iscritti e
soprattutto se non vivessimo come un limite e una contraddizione
rispetto alla nostra missione l'impossibilità di
comunicare con i nostri iscritti, far loro conoscere
le nostre attività, tentare di coinvolgerli
nei nostri progetti, provando a restringere la forbice
fra iscritti e volontari e concretizzare, a partire
da noi, il principio della partecipazione come fondamento
delle democrazia e del rinnovamento. Dobbiamo predisporre
un programma per la comunicazione interna ed esterna
che concorra a far conoscere l'Auser e a valorizzare
le attività svolte. Ciò che
noi facciamo è il nostro patrimonio, il nostro
biglietto da visita, la credibilità della nostra
associazione. Le esperienze debbono essere messe in
rete anche per lo scambio e la diffusione delle stesse.
C'è una sorta di incomprensibile reticenza e
di forte pigrizia a far conoscere la capacità e
la qualità del nostro fare. E' una penalizzazione
non più sostenibile e compatibile con l'obiettivo
di dispiegare completamente le nostre potenzialità nel
processo di riforma dello Stato sociale e di riqualificazione
delle nostre città e delle relazioni. Il progetto è avviato
con la redazione dell'Agenzia quindicinale e della
Newsletter mensile, ma il “livello
di contatto” del nazionale è estremamente basso.
35 collegamenti e-mail (Internet) su 800 centri Auser.
Nella situazione attuale deve funzionare una distribuzione
a cascata, ma l'obiettivo comune deve essere un collegamento
informatico, molto più diffuso dell'attuale,
tale da permettere costantemente, informazione, dialogo,
circolazione di iniziative, anche con la costituzione
tramite internet di banche dati che diventino una risorsa
per tutta l'organizzazione e un pezzo della nostra
identità.
Perché ciò sia possibile, è necessario
l'afflusso delle informazioni, attività, oggi,
quasi inesistente. Credo che sarà opportuno
dedicare una sessione specifica del Direttivo a questo
tema. Dobbiamo essere presente sui canali (o chiedere
di essere presenti) informativi del sindacato, radio,
televisione, giornali. Noi utilizziamo da diversi mesi
una pagina de mensile dello SPI “LiberEtà”.
Noi abbiamo sottoscritto un accordo che prevede la
disponibilità di una pagina in cambio della
sottoscrizione di almeno 500 abbonamenti. Non si ha
ancora alcun riscontro. E' evidente che gli accordi,
così, non reggono.
Abbiamo predisposto una modesta
campagna immagine, che deve però essere sfruttata
al massimo: utilizzo delle locandine nei luoghi pubblici,
centri anziani, posti di lavoro, autobus e diffusione
del depliant di presentazione, anche a sostegno della
campagna di tesseramento. Ci siamo posti un obiettivo
molto ambizioso di 200.000 iscritti, l'obiettivo è conseguibile
all'unica condizione che si utilizzino tutte le potenzialità aperte
dal Protocollo CGIL – SPI e AUSER, non perché il
sindacato faccia la tessera all'Auser, ma perché si
promuova, anche solo facendola conoscere, l'Auser tra
pensionati e lavoratori. L'aumento degli iscritti rappresenta
un importante fatto politico e un passo avanti in direzione
i una sempre maggiore, anche se ancora distante, autonomia
economica, oggi anche di risanamento.
L'Auser Nazinale
ha una situazione economica moto pesante, a livello
di una limitazione ? della capacità di
attività. Se non ci fosse stato il contributo
straordinario dello SPI, a fondo perduto, di Lit. 200milioni,
la gestione ordinaria '99 avrebbe accumulato un ulteriore
disavanzo di oltre __________ di Lit. _________ .
Le cause sono molteplici, l'assenza di regole e la
impossibilità di verificare la certezza delle
entrate e la scarsa trasparenza. Noi abbiamo crediti
ingenti nei confronti di alcune strutture, di cui da
sempre è difficile ricostruire l'origine e sono
talmente datati, da risultare un inutile orpello del
bilancio, utile solo a mascherare il disavanzo. Abbiamo
esigenze di minima organizzazione amministrativa; nasce
da questa urgenza, oltre che da oggettive esigenze,
le regole che abbiamo iniziato a darci, sia come centro
nazionale che nei rapporti con le strutture, a partire
dalla separazione dei conti per i versamenti relativi
alle assicurazioni e quelli relativi al tesseramento.
Noi dobbiamo costruire una gestione in equilibrio tra
entrate ed uscite, non si può neanche ipotizzare
una situazione in cui si continui a spendere più di
quanto non si riesca ad incassare. In tal senso, il
versamento delle quote al Nazionale no può essere
un impegno che vale quando e se i soldi ci sono, senza
assumerne il rispetto degli obiettivi come un vincolo
prioritario, di cui il mancato conseguimento attiva
una riflessione comune sulle cause, le difficoltà,
gli ostacoli, onde rimuoverli. In tal modo è possibile
avviare anche una politica di sostegno solidale per
lo sviluppo delle situazioni più deboli.
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