Homepage
Chi siamo
Dove siamo
Attivita
Progetti
Sala stampa
Sostienici
Archivio
Link utili
Area riservata
Contatti
 
 

 

I a Conferenza nazionale sull'economia sociale
Roma, 1/2 febbraio 2001 - Centro Congressi Frentani

Discorso di apertura della Presidente nazionale dell'Auser Maria Guidotti.

Il documento di convocazione di questa conferenza sull'economia sociale mi esime dal dover intervenire puntualmente nel merito delle questioni che ne sono oggetto e su cui potrà svilupparsi un ampio e qualificato dibattito. Penso che a me spetti piuttosto di sottolineare l'intento politico generale della proposta, che è di evidenziare alcuni spazi, che sembrano oggi praticabili, per accrescere la funzione sociale dell'economia, e cioè la sua finalizzazione al benessere delle persone. Spazi che possono essere resi fertili solo da un'estesa partecipazione civile e democratica, che abbia come premessa e scopo la ricostituzione di un tessuto sociale solidale.
Questa partecipazione è ingrediente indispensabile per una rifondazione democratica della politica. E del ruolo stesso delle istituzioni rappresentative, che può ricostituirsi nei suoi fini e mezzi solo attraverso la "mobilitazione del capitale sociale", in vista di un più alto conseguimento dell'interesse generale.
Il perseguimento dell'interesse generale è, in effetti, il vero e concreto discrimine tra un'accezione progressiva e una democraticamente regressiva dell'idea di sussidiarietà.
E "interesse generale" significa garanzia della possibilità d' inclusione sociale per tutti i cittadini, nel rispetto delle loro diversità.
A questo deve tendere l'economia sociale.
Il suo fondamento, la sua ragione, le sue peculiari potenzialità stanno nel suo radicamento profondo, pregiudiziale – se mi si consente il termine –nelle relazioni umane e sociali. Un radicamento che, peraltro, intristisce e si snatura, fino a poter assumere i connotati inquietanti, quando diventa esclusivo e intollerante. Un'economia sociale vitale può alimentarsi solo di legami familiari che si liberino dalla cappa del privatismo, di legami di prossimità che non diventino conventicola, di legami associativi, che non si chiudano in uno stretto categorialismo o in speciosi ideologismi, di legami comunitari che esaltino e non deprimano l'originalità, l'iniziativa, le responsabilità degli individui, tutelino e non emarginino i diversi; e che si consolidino progredendo nell'unica direzione per essi alla lunga possibile della solidarietà interna e verso l'esterno. Sia chiaro. Non dico che l'economia sociale pretenda, per poter essere, una società pienamente conformata a questi caratteri, perché in tal caso, semplicemente, l'economia sociale non potrebbe essere.
Dico una cosa diversa: e cioè che essa si alimenta di questi processi che, pur in diverse forme e gradi, sono reali e rappresentano un lato della società, senza la quale è difficile pensare che essa potrebbe mantenersi.
Questi processi possono essere potenziati e valorizzati da iniziative coerenti di matrice sia sociale che istituzionale. Per le famiglie in particolari, e più o meno temporanee, condizioni di difficoltà nell'assolvimento di compiti di cura, la possibilità di una fuoriuscita dal privatismo può, oltretutto, realmente rappresentare la soluzione più praticabile e meno oppressiva: e dunque, per così dire, una "proposta non rifiutabile". L'idea solidaristica, che sottende l'economia sociale, non è neutrale rispetto alle differenze e ai conflitti di classe. Se il suo obiettivo è, come non può non essere, la ricerca di soluzioni inclusive ai problemi individuali e sociali, essa è realmente antagonistica rispetto alle soluzioni fondate sull'individualismo, sulla prevaricazione, sul privilegio, sulla selezione dei più forti. I protagonisti dell'economia sociale sono identificabili in un arco di soggetti assai ampio e variegato, in gran parte rappresentati dal "Forum del III settore".

Il rapporto di questi con il mondo cooperativo e mutualistico non mi pare, peraltro, che possa essere considerato risolto dalla sola inclusione in esso della cooperazione sociale. Partendo dai soggetti no profit che offrono beni e servizi, si può dire che la loro caratteristica comune, rispetto a quelli pienamente di mercato, è nel rilievo preponderante che essi attribuiscono al "valore d'uso" di ciò che producono rispetto al suo "valore di scambio". E tra questi soggetti d'offerta , l'associazionismo di volontariato è senza dubbio quello in cui è meno presente la valenza dello "scambio".
I volontari, infatti, non scambiano niente, ma sono costruttori di legami sociali, portatori di un'etica della responsabilità e del dono, vissuta in un'ottica di reciprocità non mercantile, protagonisti di un modo di non essere semplici sudditi-consumatori, che pensiamo di poter sintetizzare nella parola d'ordine della "cittadinanza solidale". L'attenzione ai "valori d'uso" da parte dei soggetti di "III settore" discende dal primato delle relazioni, che motiva il loro agire. E comporta che ciò che producono sia il più possibile aderente alle esigenze reali, complessive e non settoriali, materiali, di autonomia, di relazioni, dei soggetti per cui operano.
Interpreti legittimi di queste esigenze sono, innanzitutto e in ultima istanza, i soggetti di domanda.

Chi sono e cosa sono i soggetti di domanda?

Consideriamo l'ambito dei servizi alle persone: soggetti di domanda sono le persone stesse e chi ne ha cura, per legami non professionali ma affettivi e solidaristici.
I soggetti di domanda di servizi sono dunque le persone che hanno cura di se stesse e di altri. E dunque soggetti attivi , che non attendono solo risposte ma che, innanzitutto, le elaborano e le perseguono, in vista di una soddisfazione complessiva e relazionale dei propri bisogni.
Sono, pertanto, elaboratori e portatori di valori e di strategie, di competenze e di culture, di risorse e di capacità d'autorganizzazione e d'azione. Sono solo questi soggetti attivi, complessi e in relazione con altri, che - se posti in grado di reagire alle sollecitazioni all'atomizzazione, alla parcellizzazione, alla passività provenienti dalle imprese, dagli apparati pubblici, dai saperi professionali - possono porre al mercato e al sistema dei servizi una domanda "competente", effettivamente capace di orientarli a un uso vitale delle risorse. Tra questi soggetti di domanda, mi pare che debbano essere a pieno titolo inclusi quei cittadini che, non facendo parte di organizzazioni, prestano lavoro volontario di cura nelle reti interparentali e di vicinato. Per immediata contiguità a essi, le stesse organizzazioni di volontariato, che abbiamo prima considerato tra i soggetti d'offerta, ci si presentano ora come immediatamente prossime ai soggetti di domanda. In particolare, esse sembrano idonee a concorrere al rafforzamento e all'allargamento dei legami relazionali e sociali, al confronto delle esperienze e alla socializzazione delle competenze, alla progettualità, alla tutela dei diritti dei cittadini.
Questa possibile ambivalenza non deve, in particolare nella strutturazione della rete integrata dei servizi, offuscare la distinzione di funzioni tra soggetti di offerta e di domanda.
Non può, dunque, consentire che una stessa associazione vi assuma un ruolo di rappresentanza su entrambi i lati; che determinerebbe, di fatto, una compromissione dell'autonomia della domanda. Spetta, tuttavia - io credo - all'associazione stessa e non a un qualche analista esterno, decidere quale siano la sua natura e vocazione fondamentali. Questa esigenza di trasparenza e appropriatezza di funzioni non può, a sua volta portare a concludere che, per la realizzazione di una missione complessa, associazioni di natura diversa non possano, se operanti in ambiti distinti, convivere in una stessa organizzazione.
Tale è, nel concreto, la condizione dell'Auser, nata – per iniziativa della Cgil e dello Spi - con l'obiettivo complesso dell'integrazione sociale e della valorizzazione delle risorse degli anziani. E che si va sempre più sviluppando nella consapevolezza dell'unitarietà del tessuto sociale, come una realtà intergenerazionale di cittadinanza solidale. Con molte delle proprie iniziative, dai "Fili d'argento" al volontariato di assistenza domiciliare, dai centri sociali alle banche del tempo e alle ludoteche, al volontariato civico e quant'altro, l'Auser occupa già degli spazi che sono contigui a quelli dell'autorganizzazione sociale e della domanda e che potrebbero facilmente divenirne centri propulsori e parti integranti. In particolare promuovendo nei territori reti di associazionismo familiare e gruppi di impegno locale.

In questa prospettiva i "Fili d'argento" dovranno sempre più divenire dei portali per l'accesso al complesso delle risorse Auser sul territorio; e, quando necessario, all'accompagnamento ai servizi di patronato e sociali, pubblici e privati di cittadini con limitata autonomia e risorse relazionali scarse : due carenze che molto spesso si influenzano e si sommano. In quanto operanti dal lato dell'autorganizzazione sociale e della domanda, i "Fili d'argento" sono abilitati, nel rapporto con i servizi di assistenza pubblica, a concorrere fondamentalmente a due funzioni: la promozione e definizione dei progetti personalizzati integrati di intervento e il controllo e la valutazione dei risultati. Queste funzioni hanno come possibile risvolto anche l'azione a sostegno dei cittadini, in relazione ai "diritti negati". L'altro settore fondamentale di attività dell'Auser riguarda le attività culturali, di socializzazione, ricreative, formative svolte dalle Università per l'educazione degli adulti aderenti all'Auptel e dai centri e laboratori culturali ad essa aggregati. Le attività culturali si avvalgono di determinanti apporti professionali; e sono, conseguentemente, a carattere oneroso per i fruitori. Queste caratteristiche fanno sì che le attività culturali si configurino generalmente come attività d'offerta da parte di associazioni non configurabili come di volontariato. Separare le due attività porterebbe, tuttavia, a un indebolimento di entrambe e, complessivamente, della missione dell'Auser. Sarebbe un grave e inaccettabile impoverimento dell'Auser promuovere attività assistenziali, territoriali, civiche che non abbiano il supporto di un appropriato ambiente culturale e formativo; e attività culturali e ricreative che siano vissute non solo come un valore in sé, ma anche e fondamentalmente come orientate alla socializzazione e all'impegno solidale, in ambito locale e in prospettiva globale. Il quadro normativo nazionale, a cui l'Auser fa principale riferimento per lo sviluppo delle proprie iniziative è, per i servizi territoriali e alle persone, la recente legge di riforma dell'assistenza; e, per le attività culturali, la legge sull'autonomia scolastica e l'accordo tra governo, regioni e enti locali per lo sviluppo di un sistema integrato nazionale e locale di educazione degli adulti.
Quanto alla propria articolazione organizzativa e identità statutaria, l'Auser dovrà vedere quali conseguenze trarre dalle novità introdotte nella legislazione dalla legge sull'associazionismo recentemente approvata.
Mi avvio verso la conclusione con alcune considerazione sui rapporti che l'Auser intrattiene e vuole intensificare e qualificare con soggetti sociali diversi o non appartenenti al "forum del III settore", interessati allo sviluppo di economie sociali e al rinnovamento del welfare.
Il sindacato, innanzitutto, che partecipa ai processi di ridefinizione del welfare a doppio titolo: come soggetto di contrattazione , confederale e categoriale, della ripartizione del surplus produttivo e di concertazione riguardo alle sue allocazioni; e come rappresentante della domanda di servizi dei lavoratori, dei pensionati, dei loro nuclei familiari. Nono solo per la propria origine, l'Auser mantiene e vuole ulteriormente sviluppare rapporti di sinergia con la Cgil e con lo Spi. Il terreno elettivo per questa sinergia è definito dal "Protocollo d'intesa Cgil-Spi-Auser", siglato nel 1999, relativo alla comune sperimentazione di progetti di economia sociale, in attuazione del quale è anche stata convocata questa prima conferenza nazionale annuale.
Una separatezza e, ancor più, una conflittualità tra associazionismo e sindacato, renderebbe impossibile la ricostituzione di un forte tessuto sociale e consegnerebbe l'intera società alle logiche di mercato. Contravvenendo, con ciò, all'avvertimento a suo tempo espresso dal liberale Lord Beverigde, uno dei padri del welfare , secondo cui "Lo spirito speculativo è un ottimo servo, ma rende cattive le società che gli si asservono".

Per questo, oltre a voler mantenere uno stretto rapporto sinergico con il sindacato, l'Auser si propone di svolgere un ruolo proprio, anche se certo non esclusivo, di cerniera tra il "III settore" e lo stesso sindacato. E qualcosa di analogo, per ragioni analoghe, l'Auser si propone di fare nei confronti della cooperazione e del mutualismo, nati anch'essi, come non si dimentica, nell'alveo complesso e composito del movimento dei lavoratori e delle antiche "Camere del lavoro". Noi non ci aspettiamo, per il nostro paese, un futuro prossimo, sociale e politico, facile e promettente. Le vie per una robusta ripresa sociale e democratica dopo l'esaurimento degli equilibri del welfare classico sono ancora largamente da esplorare, in una situazione, anche, di grandi e rapidi mutamenti negli assetti sia produttivi che demografici. Noi, riguardo al nostro ruolo, stiamo cercando di esplorare queste vie. Sappiamo di non essere i soli e vogliamo confrontarci con gli altri. Chiediamo agli altri di confrontarsi con noi. Vogliamo che si creino le condizioni non solo per dare una battaglia, ma per vincerla e per avanzare.