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Preparare la pace
In poco più un secolo, si è compiutamente
realizzato il passaggio dall'euforia delle "magnifiche
sorti e progressive" alla presa di coscienza dell'insostenibilità umana,
sociale, ambientale di questo "modello di sviluppo".
Di fronte a scenari di disgregazione sociale, di crisi
e ristrutturazione economica permanenti, di fame e
di miseria sempre più diffuse a scala
mondiale, di saccheggio delle risorse e di devastazione
e sconvolgimento ambientale, di "guerra infinita",
le attuali generazioni hanno il compito per molti aspetti
inedito ma irrinunciabile di riprogettare il
proprio futuro sociale, economico, giuridico, delle
comunicazioni.
Il primo presupposto di questo processo
va cercato in una visione antropologica condivisa che,
superando sia l'individualismo liberale e liberista
che il preteso e già sconfitto collettivismo,
riconosca e valorizzi sia l'originalità e soggettività degli
individui che la loro essenziale eguaglianza e interdipendenza.
Piuttosto che intendere la necessaria correllazione
tra l'individuo - riguardo al suo essere nel mondo
e alla sua stessa identità - e la
trama, determinata e determinabile, delle sue relazioni
con gli altri e con la natura, le ideologie liberali
e liberiste, muovendo dagli individui, considerano
le loro relazioni come accidentali; e anzi attribuiscono
al rapporto tra individui e società un carattere
essenzialmente conflittuale, che può essere
positivamente volto all'interesse generale solo attraverso
l'equilibrio degli egoismi, che trova forma nelle "leggi
del mercato", imposte e presidiate dallo Stato.
Al contrario, la trasformazione dei
rapporti di scambio in "leggi", sempre più pervasive
delle relazioni interpersonali e sociali, evidenzia
un conflitto radicale con la centralità, complessità,
integrità della persona e delle sue sfere di
relazione. Quando la funzione delle istituzioni
si riduce tendenzialmente, come nel post-reaganismo,
al riconoscimento e alla tutela delle "leggi del mercato",
la sovranità popolare si svuota di ogni rilevanza
sostanziale.
La perdita di autonomia dall'economia
della "società civile", a partire dalle famiglie,
e della politica è all'origine delle "nuove
povertà" (solitudine, emarginazione, penuria
culturale, disinformazione, etc.): e cioè di
quei fattori di malessere sociale che non sono un residuo
del passato, superabile da un maggiore sviluppo; ma
che sono, al contrario, il lato oscuro dello sviluppo,
delle forme in cui esso si è realizzato, attraverso
la riduzione della vita sociale a mera "periferia" del
sistema produttivo e degli apparati burocratici. Esse
sono, in altri termini, il portato di una vita sociale
sempre meno capace di auto-esprimersi, di organizzarsi
secondo esigenze, valori, culture, progettualità propri
e, in conclusione, sempre meno atta a produrre e riprodurre
senso di vita. I frutti negativi dello sviluppo
non sono, peraltro, solo un costo addossato alla società,
ma anche un motivo di debolezza e di crisi dello sviluppo
in ogni sua espressione.
Alcuni anni fa, Ardigò ci
ricordava come, negli anni immediatamente successivi
alla "grande crisi" economica esplosa tra il 1929 e
il 1933, il filosofo Edmund Husserl abbia fatto una
grande e semplice scoperta: che (anche: n.d.A.) il
pensiero scientifico era in crisi, perché aveva
perduto il legame con le sue radici e con il proprio
fine, entrambi - questa era la scoperta - radicati
nel mondo (pre-scientifico) della vita quotidiana e
delle nostre familiari relazioni con persone e cose
che ci sono vicine e familiari, intime. L'esigenza
di re-impostare i nostri ragionamenti e i nostri programmi
a partire dalle persone e dalle loro relazioni, da
una ritessitura di comunità locali
aperte, plurali, solidali, che riconoscono le diversità come
valore , non è perciò correlata
a un disegno di costruire delle "zone franche" dalle
logiche mercantili, ma alla necessità di riacquistare
il controllo stesso, democratico, sulla vita economica,
riconnettendosi intimamente a quelle radici della vita
sociale, il cui occultamento e sfibramento è effetto
e causa del malessere sociale, delle distorsioni e
delle crisi economiche ricorrenti, dei grandi rischi
che oggi incombono su di noi e sulle future generazioni.
Il nostro obiettivo è – per
usare questa immagine - che radici e frutto dello sviluppo
tornino, come in un tubero, a coincidere tra loro;
e che la pianta della cultura, dell'economia, della
politica, delle istituzioni, che da esso viene alla
luce, sia riportata alla funzione di concorrere alla
sua vitalità e alla sua crescita.
"Non dobbiamo – ci ammonisce Sen -
commettere l'errore, diffuso in certi ambienti, di
assumere il tasso di crescita del PIL come prova definitiva
di successo, e di considerare l'eliminazione del'analfabetismo,
delle malattie e della povertà tutt'al più come
gli eventuali mezzi di tanto mirabile fine. {…}Il miglioramento
del tenore di vita non ha bisogno di essere giustificato
dimostrando che una persona con una vita migliore è anche
un produttore migliore. {…} L'istruzione, la salute
e altri risultati sono solo direttamente valutabili
come elementi costituitivi delle nostre capacità fondamentali:
tali capacità possono altresì contribuire
al successo economico comunemente inteso, il quale
a sua volta può contribuire ancora di più alla
qualità della vita." (A. Sen Oltre la liberalizzazione:
opportunità sociali
e capacità umane. In Laicismo
indiano, Feltrinelli)
Lo sviluppo delle capacità umane,
che deve tornare a essere l'obiettivo delle attività produttive,
non può, peraltro, essere promosso e mantenuto
solo per mezzo di esse. Per un tale sviluppo,
infatti, è non meno necessario il radicamento
degli individui in una trama di relazioni di cura familiare
e di prossimità, di solidarietà tra persone
singole e associate, che devono essere sostenute e
integrate da servizi universalmente garantiti.
Per
motivare e orientare un agire integrato, occorre che
il principio di sussidiarietà,
oggi variamente brandito a sostegno delle prerogative
di questa o quella sfera sociale o istituzionale, sia
qualificato dall'indicazione di "che cosa" ciascuna
sfera, più o meno prossimma alla singola persona,
possa in generale concretamente fare, per
essa, più e meglio di altre. Al riguardo,
sembra giusto dire che le sfere più prossime
possano meglio rispondere alle esigenze legate al vissuto
personale e all'uso discrezionale delle risorse private;
che a sfere più ampie
si debba far ricorso per attingere a competenze tecniche
e scientifiche; che alla sfera pubblica competano le
funzioni regolative e equitative e la responsabilità,
agli stessi fini, dell'erogazione efficiente e efficace
delle risorse pubbliche. Sulla base di una tale specificazione
di competenze dovrebbe risultare chiaro che la via
di ottimizzazione degli interventi debba essere, in
generale, ricercata nella forma di un ricorso non alternativo,
ma combinato e integrato di più sfere, in un'ottica
di corresponsabilità nei confronti delle persone
e delle comunità.
E' dall'esplicarsi di queste
corresponsabilità che
deve e può scaturire, anche nei confronti del
mercato, una "domanda competente", capace di dar concretezza
a quella "sovranità del consumatore", che, se
attribuita a una moltitudine atomizzata, ha un senso
puramente ideologico e nessuna reale funzione di orientamento
della produzione di beni e servizi al ben-essere delle
persone e della società.
L'associazionismo di volontariato
e di promozione sociale opera nei campi dell'assistenza,
della socializzazione, della cultura, del tempo libero,
dello sport etc. per dare risposte a esigenze che riguardano
una parte sempre più significativa delle attività di "riproduzione
sociale", ma che non possono essere messe alla portata
di tutti, né a ben vedere – appunto in quanto
intrinsecamente relazionali e sociali- appropriatamente
soddisfatte né dai soli servizi pubblici né dal
solo mercato, né dalla sola combinazione di
essi. Di fatto l'associazionismo di volontariato
e di promozione sociale integra, secondo i casi, sia
attività professionali, pubbliche e private,
che attività relazionali familiari e di prossimità.
Queste ultime, come giova peraltro ribadire - svolgono
un ruolo insostituibile nell'organizzazione della società.
Come può essere facilmente
evidenziato sotto un profilo meramente quantitativo
da un "monte-orario" annuo di lavoro di cura non pagato
che, secondo stime attendbili, supererebbe, seppur
di poco, quello del lavoro remunerato. Un così elevato
onere di lavoro a carico di un tessuto sociale frammentato
e sfibrato, non può che produrre effetti socialmente
laceranti. Per altro verso, lo Stato sociale
non ha potuto, né poteva, compensare con interventi
di tipo istituzionale il logoramento del tessuto delle
relazioni interpersonali e comunitarie. Questa è una
ragione non secondaria per cui lo stesso Stato sociale,
che si è particolarmente sviluppato in Occidente
nel trentennio ‘45-‘75, si è infine manifestato,
nella seconda metà degli '70, come socialmente
e finanziariamente insostenibile e, tanto più,
inestendibile.
A partire dagli anni '80, il logoramento
delle relazioni sociali e l'arretramento dello Stato
sociale hanno sempre più affidato all'associazionismo
e al "terzo settore" compiti rilevanti, spesso di supplenza
impropria all'interno del processo di riforma dello
Stato sociale. Dal nostro punto di vista, e in specifico
contrasto con orientamenti oggi fortemente presenti
nel governo del nostro paese, l'associazionismo e il
terzo settore non possono affatto essere, da un lato,
un mero sostituto convenzionato o di mercato dei servizi
pubblici né, dall'altro, assumere le vesti di
un operatore compassionevole, che interviene in uno
scenario di emarginazione e disagio sociale crescenti.
Può, invece, essere attore
qualificato di un processo di rinnovamento dello Stato
sociale, in particolare divenendo capace di promuovere,
valorizzare, integrare, sostenere l'autonomia e capacità organizzativa
e progettuale dei cittadini e delle comunità locali,
in sinergia con i servizi e le istituzioni pubbliche.
Non è certo da un arretramento
delle istituzioni pubbliche e da una riduzione della
spesa sociale (che oggi si profila netta, a carico
di Comuni e Regioni, divenute prime titolari delle
politiche sociali), che può venire un impulso
al benessere diffuso e anche a un rilancio economico,
ma dalla capacità di tutti i soggetti di attivare,
attraverso lo sviluppo delle attività solidali
e della cittadinanza attiva, un moltiplicatore
sociale della spesa pubblica. La ricostituzione
del tessuto relazionale e comunitario, a cui l'associazionismo
può dare
un decisivo contributo, si realizza in gran parte nell'ambito
informale. Ma per acquisire un carattere sistematico
deve avvalersi anche di procedure formalizzate.
E' in primo luogo nell'ambito dell'assistenza
che, in attuazione della legge-quadro di riforma dei
servizi, deve essere trovata la sinergia tra competenze
e risorse relazionali, pubbliche, associative, private.
Sinergia che deve essere ottimizzata caso per caso.
Titolari del diritto all'assistenza sono, infatti,
le singole persone. Oggetto di tale diritto è il
conseguimento massimo possibile di ben-essere delle
stesse persone e delle sfere di relazione di cui esse
sono al centro, realizzabile attraverso la mobilitazione
di tutte le risorse caso per caso disponibili.
Per
questo è indispensabile
l'adozione generalizzata dello strumento dei "progetti
assistenziali personalizzati concordati".
La composizione
e gestione dei servizi, a cui i diversi soggetti sono
chiamati a concorrere, va pertanto costantemente valutata
in relazione a tali "progetti" e
rielaborata attraverso un loro generico tendenziale
recepimento ex-post nella programmazione, dai Piani
di zona fino a quelli regionali.Una rete di servizi
configurata su queste basi rappresenterebbe la prima
infrastruttura sociale della nuova comunità locale . Alla
sua elaborazione e al suo aggiornamento dovrebbero
necessariamente concorrere, in forma associata, tutti
i soggetti interessati: sia nelle sedi di partecipazione
alla programmazione previste dalla legge, sia attraverso
specifiche iniziative culturali e progettuali, riferite
alla soddisfazione di bisogni sociali emergenti e che
potrebbero auspicabilmente assumere la forma di veri
e propri "laboratori di politica sociale", aperti ai
cittadini singoli e associati, direttamente o solidarmente
interessati a una migliore e più agevole soluzione
dei problemi in oggetto. E' innanzitutto in relazione
a questi ambiti di rinnovamento delle relazioni e dei
servizi alle persone che devono e possono svilupparsi
attività di
educazione permanente, che ricostituiscano il legame
basilare ma – come in sostanza rileva Husserl - generalmente
interrotto e ricusato, tra "cura" e "cultura". Una
cultura che deve essere riportata, senza banalizzazioni
e corto-circuiti, sul terreno dei bisogni comuni e
necessari e dei quotidiani affanni, ridiventa anche
capace sia di dare forma sociale al territorio, attraverso
l'urbanistica partecipata, la gestione sociale di spazi
comuni, etc.; sia di promuovere, nel quadro di tradizioni
scelte e rinnovate, una difesa e una valorizzazione
del patrimonio ambientale, storico e artistico di una
comunità, sulla base di un'identità da
costruire senza chiusure e separatezze, ma attraverso
il dialogo culturale e l'integrazione sociale.
Lo sviluppo di comunità locali
così caratterizzate, che ridiano centralità alle
relazioni nella soddisfazione dei bisogni, anche in
luogo di consumi sostitutivi di esse, potrebbe, riassuntivamante,
divenire la base di un nuovo modello di sviluppo sostenibile
e estendibile, caratterizzato, da un lato, da una "domanda
competente" di beni e servizi innovativi e non standardizzati,
finalizzati al ben-essere delle persone; e, dall'altro,
dalla valorizzazione dal patrimonio naturale, storico,
artistico, anche ai fini di uno sviluppo delle economie
locali. In entrambi i sensi, il rinnovamento
della vita comunitaria si propone anche come strumento
di incentivazione e protezione dell'economia locale,
attivabile "dal lato della domanda". E quindi, anche,
come strumento di tutela dalla globalizzazione neoliberista
e di estensione universale dei diritti del lavoro e
di cittadinanza. Più in generale, la riappropriazione
sociale dei modelli di vita e di consumo che scaturisca
da un rinsaldamento dei rapporti relazionali e comunitari,
può diventare un robusto fattore di orientamento
del mercato e perciò anche di stabilizzazione
dell'economia, nella direzione di uno sviluppo non
dominato da "crisi cicliche".
La riappropriazione sociale
dei modelli di vita e di consumo in forme fortemente
caratterizzate dalla centralità delle relazioni
e dall'agire solidale è, infine ma non come
cosa di minor conto, condizione per ridare un contenuto
proprio alla politica e, quindi, un senso pieno e effettivo
alla democrazia: su nuove basi, radicalmente diverse
da quelle economico-proprietarie, ereditate dal liberalismo;
e con nuove forme, che modificherebbero il rapporto
tra rappresentati e rappresentanti, attraverso una
forte accentuazione del ruolo della cittadinanza attiva.
La funzione di controllo dell' "opinione
pubblica" riguardo all'esercizio dei poteri pubblici
e delle società multinazionali, oggi depotenziata
e distorta dal controllo oligopolistico dei mezzi di
comunicazione di massa, sarebbe, in altri termini, positivamente superata
da un ruolo permanente dei cittadini nell'elaborazione
delle politiche sociali, che diverrebbero il centro
e non l'aspetto marginale, clientelare, demagogico
di tutta l'azione politica. A tal fine, telefonia mobile
e internet offrono nuove opportunità di comunicazione
interpersonale e a rete, senza cui non sarebbero stati
possibili fenomeni culturali, aggregativi, organizzativi
capillari e diffusi, come quelli che hanno dato vita
a campagne per i diritti umani, il consumo critico,
la difesa dell'ambiente, etc. e ai Social forum contro
il neo-liberismo e il dominio delle potenze costituite
nel mercato globale; opportunità che vanno sempre
più utilizzate
anche a sostegno e reciproca integrazione delle comunità territoriali.
Alla notte della democrazia, che oggi
stiamo vivendo, potrebbe, dunque, subentrare una nuova
aurora. Ogni avanzamento sulla strada di uno sviluppo
in Occidente sostenibile e estendibile sarebbe un passo
verso la pace e un motivo di consolidamento dell'opposizione
alla guerra.
La crescita del mondo associativo,
delle esperienze partecipative, della coscienza ambientale,
della sensibilità per la tutela dei patrimoni
comunitari locali; il rifiuto della globalizzazione
neoliberista, dell'assolutizzazione del "modello di
vita americano", della sostituzione al diritto internazionale
del diritto al mantenimento della supremazia globale
di una sola super-potenza, della legittimazione della "guerra
preventiva" e della pratica della guerra: sono tutte
testimonianze di un movimento sociale, culturale, embrionalmente
politico, che ha ormai chiaramente assunto dimensioni
di massa e di cui le stesse associazioni promotrici
della rivista sono, ciascuna a proprio modo, partecipi.
Lo scopo della rivista è di
documentare questo processo teorico e pratico e di
dare un contributo al suo avanzamento, anche attraverso
il confronto con associazioni e forze di diversa natura
e ispirazione.
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