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1° MAGGIO ALLA MONTAGNELLA

Scritto da
13 Giugno 2023

di Bruno Tassone, Presidente Auser Calabria

“Sabato 30 aprile 1966 alle ore 16:30,
riunione di tutti i compagni attivisti sindacali e politici,
per la preparazione della festa del 1° maggio”.

Così recitava la convocazione, a firma “Il comitato d’organizzazione”, ma la riunione iniziò solo intorno alle 18:00, a causa del forte ritardo con cui arrivarono i dirigenti della Camera del Lavoro di Crotone.
Loro malgrado, tra Casabona e San Nicola dell’Alto, esattamente sul tratto stradale più ripido, la vecchia Fiat 600, avuta in prestito dalla segreteria del Partito Comunista, non resse lo sforzo.
La frizione disse basta, costringendoli a fermarsi e aspettare che arrivasse in soccorso il corrispondente Cgil di Carfizzi.
Considerato il ritardo, i partecipanti alla riunione furono invitati a fare interventi brevi, ma nessuno accolse l’invito.
L’orologio segnava le 21,00 quando l’incontro si concluse.
Avevano, però, stabilito e concordato tutto ciò che ritenevano necessario per la buona riuscita della manifestazione.
Il locale della sezione del PCI, in cui si svolse la riunione, secondo le buone e vecchie consuetudini, in un batter d’occhio, si trasformò in sala ristoro.
Da ogni dove, spuntarono bottiglie di vino, salsicce, soppressate, forme di formaggio, pane profumatissimo appena sfornato e dolci d’ogni genere e specie.
Il momento mangereccio, però, durò poco, poiché, tutti, nessuno escluso, alle prime luci dell’alba, dovevano essere alla Montagnella, per preparare il palco e quanto altro necessitava per la manifestazione provinciale.
Il mattino dopo, al contrario degli altri giorni, il paese si svegliò molto rumorosamente.
Dalle grida dei bambini e dal vociare, interrotto da sonore risate, si capiva che c’era aria di festa: il 1° maggio non era festa solo dei lavoratori, ma di tutta la comunità.
Piazza Pasquale Tassone*, alle 7:30, era già piena a dismisura, ma dopo nemmeno dieci minuti era affollato anche Largo Giorgio Castriota Skanderberg.
Alcuni suonatori, con molta autonomia, non tenendo conto degli altri, arrangiavano “l’Internazionale”.
Da tutti i vicoli spuntavano bandiere rosse.
Erano tutti pronti a portarsi alla “Montagnella” a festeggiare il giorno del lavoro.
Dopo qualche evviva, grida di giubilo e suoni poco armonici, che, con molta fantasia, lasciavano pensare a “Bandiera rossa”, un lungo corteo si avviò.
Le donne, con comportamento armonioso e gran senso d’equilibrio, trasportavano sulla testa dei grossi cesti, fatti con stecche di canna, il cui contenuto era immaginabile: vettovaglie da consumare distesi sui prati, tra musica, canti e sfrenate tarantelle.
Partecipava tutta la comunità arbëreshë locale, composta da ‎carfizzoti (karficiotë), pallagoresi (puhëriot) e sannicolesi, oltre a quanti erano arrivati dai territori viciniori e principalmente da Crotone.
Erano molti a mettere in evidenza, con orgoglio, le idee comuniste e socialiste, esponendosi con fazzoletto rosso al collo e sulle spalle sventolanti bandiere.
Coloro che non condividevano tali idee, perché legati ai principi liberali o democristiani, garantivano la presenza senza sentirsi infastiditi da qualche esuberanza.
La festa del primo maggio, per la comunità, era la festa della democrazia e della libertà, valori che non sacrificarono nemmeno nel periodo fascista.
Nonostante con decreto del Duce, la festa del lavoro era stata spostata al 21 aprile, data della fondazione di Roma, alla Montagnella, in netta contrapposizione, ogni primo maggio, comunisti e socialisti continuarono a riunirsi.
Dopo i comizi dei dirigenti politici e sindacali, la manifestazione politica lasciò spazio all’allegria, alla musica e al canto, mentre, sul prato intorno, le donne più anziane incastonavano tovaglie di tutti i colori, sulle quali mettere a disposizione dei familiari e degli amici, senza escludere gli estranei, le prelibatezze tradizionali preparate per l’occasione.
Tra canti e balli, giunge la sera. La fresca brezza proveniente dalla Sila incoraggiava il rientro in paese.
Erano tutti stanchi, ma felici della giornata trascorsa all’aria aperta in compagnia dei dirigenti politici e sindacali.
Sulla strada di ritorno non parlarono solo della giornata, infatti molti concordarono come partecipare, domenica 8 maggio a San Nicola dell’Alto, ai festeggiamenti dedicati a San Michele, un’altra festività alla quale nessuno intendeva rinunciare.
Da sempre, a San Nicola dell’Alto, San Michele si festeggia ogni prima domenica di maggio, ma quando coincide con il primo maggio, i festeggiamenti sono spostati alla seconda domenica.
Ormai lo sanno tutti che tale evenienza capita ogni ventotto anni, ma quando, dalla data in cui si era iniziato a far festa alla Montagnella, capitò nel 1938 per la prima volta, appena il prete iniziò a programmare i festeggiamenti, si verificò un miracolo.
Il prete, anticomunista e innamorato delle idee fasciste, approfittando del calendario, in contrapposizione alla festa dei “mangiapreti”, aveva già programmato tutte le attività sacre e laiche per la festa di San Michele.
Secondo, alcune voci, forse poco celate, a fargli cambiare idea, con “argomenti” molto persuasivi, fu Giorgio, un attivista comunista. Voci mai confermate, ma nemmeno smentite.
Le versioni sono diverse, ma la trama è la stessa e conferma gli eventi.
Il parroco, dopo aver incontrato il Federale di Crotone, senza sentire il parere dei parrocchiani, decise: San Michele contro i senza Dio!
Ma “castiga preti”, così veniva chiamato Giorgio, venuto a conoscenza dell’intemperanza provocatoria del prete, di festeggiare San Michele il giorno della festa del lavoro, in piena notte, senza farsi notare, ma in abiti talari per precauzione, si presentò in casa del parroco.
Lo trovò a letto, impegnato nella lettura.
Giorgio, gli fece cenno di stare zitto, e, senza profferire parola, con gesti molto espliciti, che non lasciavano spazio a interpretazioni, gli fece penzolare sul viso, una corda con cappio a nodo scorsoio.
Quanto visto fu così eloquente che, il giorno dopo, sin dalla messa del mattutino, il parroco, enfatizzando l’evento, al punto di farlo apparire quasi un miracolo, raccontò d’aver avuto una bellissima visione: un cavaliere alato, con la spada in pugno, che con tono altezzoso, gli comandava di spostare i festeggiamenti di una settimana.
Certamente, l’intento di parlare di un cavaliere alato era finalizzato a portare l’immaginario collettivo a pensare a San Michele, ma il sacrestano, con un sorrisetto sornione, a chi chiedeva di sapere della sacra visione, sottolineava che il santo, di cui parlava il parroco, con la spada non colpiva un demone, ma un drago e pertanto non poteva che trattarsi di “San … Giorgio”.

 

*Pasquale Tassone, (Pallagorio 27.01.1881 – 12.12.1931) medico comunista che non ha mai ceduto alle violenze del fascismo. Ucciso con un colpo di fucile in circostanze misteriose.

 

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