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LE PAROLE SONO PIETRE

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9 Luglio 2021

di Ida Pidone, Responsabile AUSER Cultura Metropolitana di Palermo

Un altro 23 Maggio, ancora un altro esercizio di memoria collettiva, di presenza e di partecipazione nelle forme più varie, così come richiedono ancora le cautele sanitarie in questa tarda primavera 2021, in una data topica, fortemente simbolica, quella della strage di Capaci del 1992. Ancora la gente di Palermo, come negli anni prima del covid i tantissimi giovani che arrivavano con la nave della Legalità, ancora i lenzuoli bianchi alle finestre e ai balconi, gli striscioni variopinti delle scuole e delle associazioni, il groppo alla gola ad ascoltare le note del “silenzio” e l’applauso liberatorio sotto “l’albero Falcone” esattamente alle 17:58, l’ora dell’esplosione, in cui tutto finì e da cui tutto riprese a ricominciare.

Noi, soci e socie Auser, che di anni, di esperienza e di ricordi ne abbiamo abbastanza, questa lunga primavera di sangue che include – fra le sue tragiche date – anche quella dell’ assassinio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo (30 Aprile 1982) e quella di Peppino Impastato (9 Maggio 1978), l’abbiamo voluta rievocare in una delle nostre videoconferenze, lo scorso 19 Maggio.
Ed abbiamo voluto farlo proprio per dare una ricollocazione nella memoria di tutti e tutte noi, proprio come Auser Cultura Metropolitana di Palermo, a quella figura di giovane militante della sinistra, che da un piccolo comune costiero, a due passi dalla poi più tristemente nota Capaci, con diversi anni di anticipo rispetto ad altre, successive e più complesse indagini rivelatrici, aveva individuato l’ intrico di interessi economici e criminali, puntando il dito contro i responsabili dello scempio del territorio, del traffico di armi e droga e dei delitti che ne derivavano.
Queste accuse il giovane Impastato, peraltro candidato alle imminenti elezioni amministrative del suo paese, le lanciava anche in modo irrituale ed irriverente, utilizzando una rubrica , “Onda Pazza”, di Radio Aut, una delle tante radio indipendenti, che negli anni 70 contribuivano ad animare lo sfaccettato clima culturale di un periodo certamente ricco di contraddizioni, ma fecondo di istanze di cambiamento e di liberazione.
E noi, lo scorso 19 Maggio, proprio su questo processo di liberazione, abbiamo voluto soffermarci; sul percorso di abiura culturale compiuto da Peppino, nato e cresciuto in una famiglia di stretta osservanza mafiosa, che prende coscienza, si allontana, si oppone alla mentalità, ai codici, agli schemi valoriali, che erano stati fondamentalmente quelli del padre, all’ interno dei rapporti che quest’ ultimo coltivava e a cui riteneva di dover obbligare i figli e la moglie, Felicia Bartolotta
Di lei e del suo altrettanto dolente e via via sempre più consapevole cammino di riscatto, di donna e di madre, parla un bel libro intervista di Anna Puglisi, condotta con Umberto Santino, fondatore del centro studi poi dedicato proprio a Peppino Impastato; il testo si intitola “La mafia in casa mia”, reca una bella immagine di Felicia in copertina (immagine poi ripresa da una diffusa iconografia, specie dopo l’uscita del noto film “I cento passi” di M.T.Giordana) ed è corredato di una illuminante appendice di notizie, atti giudiziari ed anche di bei contributi poetici indirizzati alla figura di questa donna coraggio ).
Di questo libro, del percorso di liberazione di Felicia, prima donna “per gli altri” e “degli altri” e poi donna “per sé”, della sua storia bella e dolente, noi del circuito Auser Cultura Metropolitana di Palermo, abbiamo voluto discutere oltre che con l’ autrice , Anna Puglisi, anche con la nipote di Felicia, Luisa Impastato, e con Antonina Azoti, figlia di Nicolò, sindacalista ucciso dalla mafia a Baucina, nel dicembre del 1946, vittima di un’ altra lunga stagione di sangue, la cui storia, tutta, ci interessa come cittadini/e e come Auser.
Anche Antonina Azoti è autrice di un libro, “Ad alta voce. Il riscatto della memoria in terra di mafia” (più volte pubblicato, premio Pieve Santo Stefano archivio diaristico 2003) e ci ha parlato del suo impegno non solo nel testimoniare e nel rendere giustizia e riconoscimento alla figura del genitore, ma anche del suo essere sempre al fianco delle tante vittime di mafia che, a vario titolo ed attraverso l’ azione dei loro discendenti, ne mantengono in vita la memoria e sostengono la rivendicazione ed il riconoscimento del loro status con il movimento “Non solo Portella”.
Luisa Impastato è stata ed è responsabile ed animatrice di Casa Memoria, l’abitazione in cui sua nonna, Felicia Bartolotta, conservava la memoria e difendeva l’ onestà e la dignità politica del figlio ammazzato due volte, dalla brutale violenza dei sicari mafiosi di Gaetano Badalamenti e dalla turpe rete di denigrazione e depistaggi di cui sarebbe stato a lungo oggetto il racconto della sua stessa fine.
Luisa, come aveva fatto nonna Felicia, quella casa la custodisce e la continua a rendere luogo di incontro, di conoscenza e di dialogo per e fra i tanti visitatori, alunni ed alunne di scuole , che da tutta Italia si recano a visitarla.
Perché la memoria è una cosa viva, che si costruisce e si mantiene con il sapere, l’ esercizio dell’ intelligenza critica, l’uso sapiente e responsabile della parola. Anzi, delle parole.
Come quelle che, dirette ed intransigenti, ancorché pronunciate nell’ unica lingua che conosceva, il suo dialetto, Felicia Bartolotta indirizzò in un’ aula giudiziaria di Palermo a Gaetano Badalamenti, imputato dell’ uccisione del figlio.
E come quelle che un’ altra madre ed operatrice di giustizia, aveva pronunciato per il proprio figlio , per sé, per tutti e tutte noi.
Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale, un altro sindacalista ucciso dalla mafia a Sciara, un piccolo centro agricolo in provincia di Palermo, il 16 maggio 1955, anche lei, precorrendo una linea di denuncia, faticosa, ma presente nella nostra storia dell’antimafia, aveva parlato, puntato l’indice, disvelato, accusato.
A noi piace ricordarla, lei, come tante altre coraggiose vittime, con questa citazione dal noto testo dedicato da Carlo Levi proprio alla vicenda di Francesca Serio e di suo figlio. “Così questa donna si è fatta in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le PAROLE sono PIETRE “.

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