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Pandemia e prospettive del Lifelonglearning in Italia

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14 Gennaio 2021

di Vittoria Gallina, esperta di processi educativi e formativi in età adulta

La pandemia ha provocato nel mondo globale gravissimi effetti sui tessuti sociali ed economici.

Le scuole sono state chiuse, solo parzialmente riaperte e soprattutto si sono interrotte molte delle reti di comunicazione socio-culturale, che di solito forniscono supporto alle attività di apprendimento per popolazioni che vivono in condizioni di marginalità.

Nella giornata dell’8 settembre, che l’Unesco dedica ogni anno al problema dell’alfabetizzazione, nel 2020 si sono realizzati due incontri via zoom su questi temi: Insegnamento e apprendimento dell’alfabetizzazione nella crisi del Covid19, il primo, Ruolo degli educatori e l’evoluzione della pedagogia, il secondo. Le relazioni e le discussioni hanno focalizzato la responsabilità degli educatori e soprattutto la necessità di cambiare le strategie e le politiche dei vari paesi e degli stessi organismi internazionali.

Politiche educative, formazione degli operatori, le stesse ricerche in ambito pedagogico dovranno essere riviste e, soprattutto, ne dovrà essere rivista la praticabilità in termini di governance e di coordinamento internazionale. Questi gli auspici contenuti nel documento dell’UNESCO 2020.

Se passiamo ad osservare la realtà che il rapporto annuale OCSE,  Education at a glance (settembre 2020), registra come prime evidenze emergenti nella fase uno di Covid-19, queste che seguono appaiono le urgenze  che si manifestano nei paesi Ocse e paesi partner e, in questo quadro, si collocano le informazioni sul nostro paese:

  • la prima reazione alla pandemia è stata la chiusura di scuole e Università. In Italia nel periodo marzo-giugno si sono perse 18 settimane di scuola (14 le settimane perse nei paesi Ocse, per la diversa distribuzione delle vacanze e delle date di inizio dell’anno scolastico);
  • si può quindi calcolare che i nostri studenti hanno perduto circa metà della didattica in presenza e, a differenza di quanto in genere è accaduto, non sono rientrati a scuola prima dell’estate neanche per un breve periodo;
  • ricerche estese sui risultati della didattica a distanza non sono ancora disponibili e la vicenda, che sta caratterizzando l’avvio del nuovo anno, dimostra che vecchi e nuovi problemi si cumulano sulla ripresa/non ripresa della didattica in presenza;
  • la qualità e l’ampiezza delle aule non consente di trarre vantaggio, in Italia, dal numero degli alunni per classe, che in Italia sono mediamente in numero inferiore rispetto alla media OCSE.

Questi numeri, però, non rilevano la struttura degli edifici scolastici, la dimensione delle aule, la disponibilità di docenti e di spazi destinati a diverse forme di organizzazione didattica. Il nostro paese soffre inoltre per un sistema dei trasporti che aggrava le difficoltà e i rischi di tutta la popolazione. Questi i problemi dell’oggi!

Già appare esplosiva e drammatica la crisi sociale legata alla perdita del lavoro. La disoccupazione, in seguito al lockdown, colpisce i soggetti con bassi livelli di istruzione, condizione che in genere li esclude dal telelavoro, li relega al lavoro precario, ecc. Il mercato del lavoro italiano (dati 2019), registravano che il 21% dei giovani adulti (25-34 anni) con un’istruzione inferiore al diploma, in Italia, è disoccupata, contro il 12% di quanti hanno un titolo terziario.

L’Ocse ha prodotto alcuni focus mirati alla situazione delle attività di istruzione e formazione rivolte ad adulti con lo scopo di offrire punti di riferimento per la progettazione di nuovi interventi. Studi complessivi in Italia sul problema non sono ancora disponibili. Sappiamo cosa è stato possibile fare negli istituti penali sulla base dei dati relativi ai 108 CPIA[i] che hanno dichiarato di aver svolto almeno scambi di materiali cartacei e, in misura più limitata, altre forme previste per la DAD; mancano dati di insieme sulle attività dei CPIA.  

L’ultimo rapporto Censis, presentato nei primi giorni di dicembre, riconferma che la quota  di adulti italiani 14-74 anni con livelli di competenza digitale di base e superiore è pari al 42% (14% al di sotto della media Europea che è 56%, lontana quindi dai Paesi Bassi, Svezia e Finlandia che superano il 70%). Questa quota si riduce al 18%, se si osserva la popolazione con un basso livello di istruzione.  Le barriere all’apprendimento di questa competenza, che si è rivelata e si rivela essenziale in presenza della pandemia, sono, al solito, la carenza di opportunità formative (30%), la mancanza di tempo (27%) e i costi (20%).

Comunque il 24% degli italiani non esprime il bisogno di migliorare le competenze in questo ambito; solo l’8,1% dei 25-64enni nelle 4 settimane, precedenti la rilevazione, ha svolto una qualche attività di studio o formazione. Su questo dato pesa la condizione occupazionale: gli occupati, meglio le donne occupate, partecipano un po’ di più ad attività di formazione, ma l’aumento della disoccupazione restringerà ulteriormente queste quote se non si produrranno significativi interventi in questo settore.

Per ora, tra le polemiche sulla progettazione dell’utilizzo dei fondi europei, non si nota alcun riferimento alla necessità di sostenere un sistema di lifelong learning mirato alle esigenze di un mercato del lavoro in drammatica crisi e non sembra che molto si muova per attrezzare giovani e meno giovani a situazioni di impiego del tutto inedite.

 

[i] RICOGNIZIONE sulla REALIZZAZIONE della DIDATTICA A DISTANZA, da parte dei CPIA, negli ISTITUTIPENITENZIARI e negli ISTITUTI PENALI MINORILI7-14 maggio 2020

 

 

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