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PATTI EDUCATIVI, COESIONE E CAMBIAMENTI SOCIALI

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23 Gennaio 2024

di Paolo Sciclone, Coordinatore Gruppo Nazionale per l’Apprendimento Permanente

E’ impossibile leggere un rapporto o un’analisi sul nostro Paese che non metta in evidenza il tema delle competenze…… quelle che mancano, quelle di cui avremmo bisogno e gli effetti conseguenti alla loro carenza.

Il Rapporto della Commissione europea pubblicato il 27 settembre scorso ci racconta che, a fronte di notevoli progressi nel settore delle infrastrutture digitali, permane una situazione molto critica per quanto riguarda le competenze di base della popolazione adulta. Competenze di cittadini, quindi.

Bisogna tener presente che le competenze tecnologiche non sono sufficienti per guardare al futuro; le tecnologie che studiamo oggi potrebbero essere superate molto prima di quando immaginiamo.                                                                                

Sono le persone il vero motore di una società e per questo alle competenze digitali in senso stretto si devono affiancare le competenze trasversali.

Insomma, occorre garantire a tutti i cittadini la possibilità permanente di  apprendimento per acquisire e sviluppare la giusta combinazione di conoscenze e competenze di cui hanno bisogno per la vita  e per il lavoro.

E ciò è necessario nell’interesse sia della sussistenza dei singoli sia del progresso economico ma anche del corretto e positivo funzionamento del “sistema paese”.     E’ necessario che i cittadini abbiano le conoscenze atte alla comprensione, formazione, espressione delle volontà. 
La democrazia, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la giustizia, la convivenza richiedono cittadini consapevoli. Un Paese privo di apprendimento permanente è non solo povero ma antidemocratico.  

 

Quindi il problema delle competenze non si risolve con interventi temporali, più o meno frequenti e diffusi, ma va inserito nell’obiettivo di organizzare un sistema organico ed integrato  che sostenga e sviluppi il diritto delle persone ad apprendere lungo tutto il corso della vita, come è previsto nell’articolo 4 della legge 92 del 2012. L’organizzazione di un sistema, organico ed integrato,  basato su tre gambe:

 

  • il sistema nazionale di certificazione delle competenze;
  • la dorsale informativa unica, per documentare e riconoscere il patrimonio competenze acquisite dalle persone;
  • le reti territoriali per l’apprendimento permanente, che comprendono l’insieme dei servizi di istruzione, formazione, lavoro, cittadinanza attiva, inclusione sociale, collegati organicamente alle strategie territoriali per lo sviluppo economico, sociale e civile. 

Nessuno dei tre capisaldi necessari a costruire il sistema è attualmente a regime. Gli interventi fatti in merito sono sempre parziali, settoriali, temporali.

In questa sede mi  preme mettere a fuoco il terzo dei presupposti, la rete territoriale.

La funzione delle Reti territoriali è di sostenere “la costruzione, da parte delle persone, dei propri percorsi di apprendimento formale, non formale e informale”, attraverso l’erogazione di tre servizi principali:

  1. lettura dei fabbisogni, 2. servizi di orientamento, 3. riconoscimento dei crediti.

Insomma, le Reti territoriali rappresentano l’ossatura del sistema. E quindi costituiscono la condizione per costruire un  sistema di apprendimento permanente che segua la crescita di conoscenze e competenze della popolazione in tutte le varie fasi della vita.

L’istruzione, la formazione, in una parola l’educazione non finiscono con il raggiungimento dell’adultità.

Ugualmente i Patti educativi territoriali, in quanto accordi tra istituzioni locali, istituzioni educative ed enti del Terzo Settore per co-programmare e co-progettare azioni stabili di miglioramento in campo educativo in una determinata area territoriale, non devono riguardare soltanto un periodo temporale ma abbracciare tutto l’arco della vita. E possono rappresentare un importante approccio per favorire i processi di sviluppo delle Reti territoriali.

 

Sintetizzando, se la Rete territoriale tra i soggetti dell’apprendimento formale e non formale presenti nei territori è la modalità che deve governare la programmazione, la costruzione, il funzionamento del sistema dell’apprendimento permanente, i Patti educativi sono il primo passo per abituare soggetti diversi quali istituzioni, agenzie scolastiche ed educative, enti del terzo settore,  a collaborare insieme su obiettivi di interesse generale, come potrebbe essere, appunto, lo sviluppo delle competenze della popolazione adulta, per quanto si è detto prima sulla carenza di competenze della popolazione italiana.

Merita allora che si metta insieme un tavolo di esame e di approfondimento per aprire i Patti educativi all’apprendimento della popolazione adulta, superando il valore di una misura contro la dispersione scolastica in senso stretto; un tavolo composto dagli stessi soggetti che è previsto che partecipino ai Patti, che sono interessati a partecipare ai Patti, in modo che possano effettivamente costruire un prototipo, un modello di cooperazione organica per un fine definito.  

Insomma, i Patti non solo devono servire per ridurre la dispersione scolastica, ma aumentare e favorire la partecipazione degli adulti ad attività di apprendimento permanente.

 

Perché occorre aprire un tavolo di discussione? Perché occorre definire alcuni aspetti se vogliamo farne uno strumento di crescita educativa destinato a tutta la popolazione, dentro e fuori dei canonici percorsi scolastici.

E quindi dobbiamo mettere a fuoco:

= quale deve essere la governance dei Patti, tenendo presente che ne dovrebbero far parte soggetti pubblici e soggetti privati. E quindi come si formano, quale è il soggetto promotore, quale il soggetto capofila (che non deve necessariamente essere sempre lo stesso);

= quali professionalità, nel senso di livelli di competenze, devono entrare in gioco;

= quali modalità organizzative ed operative  mettere in atto all’interno e verso l’esterno;

= quale dimensione territoriale abbracciano;

= quali finanziamenti e da quali livelli istituzionali e non devono provenire.

 

Chiudo con un‘osservazione in merito a quest’ultima questione. Ci vogliono i finanziamenti. Dobbiamo chiederli e trovarli. E non devono essere occasionali. Ma teniamo presente che non devono necessariamente essere fondi destinati a combattere la dispersione scolastica o la povertà educativa in senso stretto, ma si possono utilizzare fondi variamente indirizzati, perché è educativo parlare di ambiente, clima, salute, inclusione sociale e mille altri temi che riguardano la crescita della nostra conoscenza e lo sviluppo delle nostre competenze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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