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Riparte il gruppo nazionale per l’apprendimento permanente

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20 Maggio 2020

di Paolo Sciclone, Coordinatore del Gruppo Nazionale per l’Apprendimento Permanente

Il Gruppo nazionale di lavoro per l’apprendimento permanente è composto dai tre Sindacati Confederali CGIL, CISL, UIL, i Sindacati della Categoria della Scuola delle tre sigle, (FLC CGIL, CISL Scuola e UIL Scuola), il Forum del Terzo Settore, la Rete Nazionale dei CPIA (RIDAP), la Rete Universitaria Italiana per l’Apprendimento Permanente (RUIAP), il Forum Permanente per l’Educazione degli Adulti (EDAFORUM), si confronta con l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) e con la Conferenza delle Regioni, si supporta con le ricerche e le analisi di ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro),  INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa), sollecita la partecipazione delle Rappresentanze datoriali e degli Organismi della cultura, del sociale, dell’ambiente, della salute che riconoscono nell’apprendimento permanente uno dei motore del ben-essere delle persone e delle loro comunità. 

La ripresa della attività post lockdown deve mettere al centro le politiche per l’apprendimento permanente.

1) La pandemia scoppiata negli ultimi mesi del 2019 e diffusasi velocemente agli inizi del 2020 ha evidenziato l’assenza di competenze digitali. Si è cercato di sopperire al distanziamento fisico ricorrendo alla tecnologia, dal lavoro alla scuola, dalla PA ai cittadini, dalle imprese al governo, ma senza un substrato di competenze digitale e di infrastrutture e strumenti tecnologici abbiamo generato per lo più confusione. La popolazione italiana secondo l’OCSE non possiede le competenze di base necessarie per vivere in una società digitale. Solo il 21% degli individui in età compresa tra i 16 e i 65 anni possiede un buon livello di alfabetizzazione e capacità di calcolo e solamente il 36% degli italiani è in grado di utilizzare internet in maniera complessa e diversificata. L’Italia non punta a sufficienza sulla formazione continua di chi lavora ed è un problema perché, sempre secondo l‘OCSE,  il 14% dei lavoratori si colloca in occupazioni ad alto livello di automazione.

L’ISTAT mette anche in evidenza che mentre l’emergenza legata alla diffusione del Covid 19 ha messo allo scoperto la necessità di avere a casa una strumentazione informatica adeguata sia per gli studenti sia per chi lavora, gli ultimi dati ci dicono che un terzo delle famiglie italiane non ha né computer né tablet in casa, che il 48% ne ha uno e che soltanto il 19% ne ha due o più. Se poi si guardano i dati per regione si evidenzia che la percentuale di famiglie senza un computer supera il 41% nel Mezzogiorno contro il 30% del resto d’Italia con il rischio di un ulteriore allargamento del divario di alfabetizzazione esistente tra Nord e Sud.

In sostanza, per l‘assenza di interventi  incisivi e massicci per la formazione l’Italia rischia di rimanere ai margini del futuro.

2) La pandemia ha acuito la nostra fragilità endemica, da 20 anni siamo l’ultimo Paese per crescita in Europa. C’è il rischio quindi che dopo la bomba sanitaria scoppi la bomba sociale con una crescita esponenziale di disoccupati, soprattutto in alcuni settori produttivi. Abbiamo bisogno di investimenti pubblici con una strategia fondata sulla formazione continua.  Tra i compiti dello Stato nazionale diventa sempre più impellente destinare una parte strategica delle risorse pubbliche alla riqualificazione professionale per convivere con le nuove tecnologie e lo sviluppo della globalizzazione, oltre che al rafforzamento dei livelli di istruzione visto che in Europa siamo in fondo alla classifica dei laureati. La media UE è 27,7%, quella Italiana 17,3%.

3) A marzo 2020 primo mese dell’era Covid , la produzione industriale italiana  è crollata del 28,4% su febbraio e del 29,35 rispetto ad un anno fa. E le previsioni su aprile sono impressionanti: secondo l’Ufficio Studi Prometeia la produzione potrebbe subire un tracollo del 45,9% mentre la riduzione da marzo ad aprile arriverebbe al 61%.  Uno scenario drammatico tanto da spingere le Associazioni imprenditoriali dei maggiori Paesi europei a scrivere un appello unitario ai rispettivi governi e alle istituzione europee in cui si chiede un ampio piano di formazione  per tornare a crescere.

4) In Italia mancano le competenze tecniche perché manca la connessione tra la scuola pubblica e la formazione delle Regioni, con conseguenze sull’elevato numero di giovani che non studiano e non lavorano. Gli ITS, le scuole di tecnologia post diploma, dopo dieci anni di sperimentazione hanno meno di 15  mila studenti mentre in Germania sono quali 800 mila. Bisognerebbe che la formazione diventasse un diritto umano riconosciuto. Quindi formazione sempre, anche durante i periodi di cassa integrazione, reddito di cittadinanza, sussidi di disoccupazione.

5) Dall’indagine effettuata dal Global Financial Literacy Excellence Center su  140 Paesi emerge che gli italiani in media hanno una conoscenza finanziaria inferiore a quella dei Paesi OCSE.

6) La popolazione totale in età lavorativa (15-64 anni) dovrebbe scendere in Europa di 20,8 milioni dal 2005 al 2030, man mano che la generazione degli anni ‘50 andrà in pensione, comportando implicazioni per il futuro dei posti di lavoro e per la crescita nell‘UE, oltre che per la sostenibilità del sistema sanitario e di previdenza sociale, che devono affrontare un grosso divario tra esigenza di spesa ed entrate provenienti da tasse e contributi.

Mentre l‘aumento del numero degli anziani è destinato a crescere del 57,1% tra il 2010 e il 2030. Questo significa che saranno presenti circa 12,6 milioni di ultraottantenni in Europa, con importanti ripercussioni sui servizi sanitari e assistenziali.

L‘invecchiamento attivo rappresenta dunque lo strumento attraverso il quale l‘Europa potrà affrontare il continuo e inarrestabile cambiamento demografico; da questa sfida dipenderà il suo futuro benessere e la sua futura coesione sociale.

Sono quindi da raggiungere i seguenti obiettivi, in linea con la Strategia Europa 2020:

Consentire a donne e uomini di restare nel mondo del lavoro. Superando le barriere strutturali e offrendo incentivi appropriati, molte persone anziane possono essere aiutate a restare sul mercato del lavoro con benefici individuali e sistemici.

– Favorire la cittadinanza attiva con la creazione di ambienti e modalità che sfruttino il contributo che gli anziani possono dare alla società.

Permettere alle donne e agli uomini di mantenersi in buona salute e di condurre una vita indipendente con il passare del tempo, grazie all’approccio a un invecchiamento in buona salute per tutta la durata della vita, da coniugare con un‘edilizia adeguata che consenta agli anziani di rimanere nelle loro case il più a lungo possibile.

Per realizzare questi obiettivi occorre che gli Stati europei intervengano con una politica di apprendimento permanente.

Insomma, questi sono alcuni dei problemi che il nostro Paese deve affrontare e tutti richiedono un diffuso bisogno di competenze.

Partendo allora dall’Appello lanciato alla fine del 2019, il Gruppo Nazionale per l’Apprendimento Permanente si propone di attivare una campagna di mobilitazione per coinvolgere soggetti e organismi della cultura, del sociale, dell’istruzione, della formazione in una Conferenza programmatica che prenda in esame, tenendo presente le positive esperienze realizzate in alcuni territori, sia pure episodicamente e settorialmente, gli elementi fondamentali in cui si deve articolare un sistema integrato ed organico di apprendimento permanente, dalla governance alla garanzia delle competenze, dall’orientamento alla tecnologia digitale; un sistema che metta al centro la persona ed il suo diritto a conoscere per poter essere arbitro della sua vita e soggetto consapevole e partecipe della società.

 

 

 

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