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Uno sguardo femminista sulla guerra

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13 Giugno 2022

La storia ci chiede una nuova prospettiva

Buonasera a tutte e a tutti, voglio prima di tutto ringraziare Fabrizio che ha stimolato una discussione ampia nel corso delle iniziative di “Una finestra sul mondo”, un ciclo di incontri iniziato con due appuntamenti sul conflitto Russia/Ucraina e che oggi ci consente di riflettere in modo più ampio sul significato stesso della guerra.

Prenderemo spunto, infatti, da questo conflitto per farne un’analisi da un altro punto di osservazione, quello del pensiero femminista che – come ci dirà nel suo intervento Lea Melandri, che oggi abbiamo il piacere di avere qui con noi – definisce LA GUERRA una pratica violenta primordiale e una barbarie che si ripete costantemente nella storia dell’umanità.

Una guerra, generalmente, è una storia narrata tutta al maschile e rimanda, nello stereotipo collettivo, gli uomini che impugnano le armi e difendono eroicamente la patria, mentre le donne sono in fuga con vecchi e bambini. La guerra narra di vincitori e vinti, di giusto e sbagliato, di cattivo e buono, di crudeltà supportata da armi sempre più sofisticate.

Nella realtà la guerra è grande sofferenza, morte e distruzione per tutti, ed è sempre una storia di grandi povertà.

L’era digitale, con tecnologie sempre più complesse a disposizione, e la globalizzazione delle risorse alimentari, ci impongono una riflessione nuova sulla guerra, sui metodi per prevenirla, sul linguaggio per raccontarla e sugli obiettivi economici globali che vogliamo raggiungere.

Cerchiamo di capire le radici della guerra, per tracciare delle linee di pensiero che vadano oltre i luoghi comuni e perché si rifletta sul fatto che ogni conflitto genera altra povertà nel mondo e, di conseguenza, massicci spostamenti di intere popolazioni ridotte alla fame.

I Governi mondiali dell’era della globalizzazione hanno responsabilità più grandi rispetto al passato: i mercati sono interdipendenti uno dall’altro e la sopravvivenza di ogni continente è garantita dall’equilibrio energetico e alimentare. Su questo presupposto, una guerra che oggi coinvolge i Paesi più ricchi al mondo ci obbliga a rilanciare una riflessione sulla debolezza delle nostre democrazie e sulla precarietà della libertà. Una guerra costituisce sempre un PRIMA e un DOPO. È un atto finalizzato a possedere, ricomporre e scomporre alleanze, dominare economie e ricchezze, ridefinire confini e poteri politici.

Nei contesti di guerra le parole democrazia e libertà vengono spese come obiettivi da conquistare, ma è una illusione. Agire una guerra con l’uso delle armi per portare democrazia e libertà è un falso ideologico, perché in verità è la sete di potere e di dominio a determinare l’inizio di un conflitto armato e sono poi le lobby dei media a raccontarlo.

La grande scrittrice Virginia Woolf nel saggio “Le tre Ghinee”, pubblicato nel 1938, esplicita chiaramente il proprio pensiero di pacifista sul significato di ogni guerra e su come occorra impegnarsi a prevenirne la messa in atto. La Woolf scrive che occorre ribaltare il pensiero e i metodi della guerra, metodi che hanno radici antiche, frutto di un pensiero violento tutto maschile; propone, come alternativa, di coltivare un pensiero differente per dominare l’istinto combattivo e far fiorire nuove parole e nuovi metodi utili alla convivenza e alla tolleranza reciproca.

Pensieri che si ritagliano perfettamente nell’attualità.

Il suo libro “Pensare la pace”, pubblicato nel 1940, è stato ripreso pochi giorni fa da un gruppo di scrittrici romane in una discussione come la nostra di questa sera.

La bibliografia femminista è assai vasta, in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale possiamo contare su una produzione decisamente interessante. Molte scrittrici femministe e pacifiste italiane, come Lea Melandri e citiamo ad esempio Anna Bravo, Maria Bruzzone e Carla Colombelli, che hanno pubblicato saggi e promosso discussioni sugli stereotipi della guerra, sulla resistenza civile, sulle donne bersagli umani e vittime di stupri, luogo comune del dominio del maschio sulla donna vista come il nemico.

Se si vuole raccontare una storia differente rispetto alla comunicazione di massa, il vero atto di coraggio è sostenere le idee di pace e praticarle.

L’impegno per la pace è una prospettiva decisamente femminista e oggi noi vogliamo ribadire questo concetto e mettere in guardia da alcune idee che ci hanno sommerso mediaticamente in questi devastanti 90 giorni di guerra.

Lo scenario mediatico a cui stiamo assistendo è preoccupante. Le informazioni filtrate dalle lobby della comunicazione lasciano passare notizie in equilibrio con gli interessi economici e finanziari in campo: insomma, anziché fare informazione, si tende a plagiare le opinioni.

Questa guerra ci tocca molto da vicino, perché si colloca alle porte dell’Europa e coinvolge potenze che possiedono i due terzi delle risorse del pianeta; capiamo tutti facilmente che non possiamo permetterci la devastazione delle risorse e dell’ambiente, questione che allargherà moltissimo la forbice della povertà e che ci espone al rischio concreto di una catastrofe nucleare.

Abbiamo pertanto a mio parere il dovere, come cittadini europei, di rimettere al centro degli interessi del dibattito mondiale, la pace e l’eliminazione progressiva della povertà, al posto del tema del riarmo.

Va chiesto all’ONU un rilancio dei presupposti di pace e di sicurezza sui quali essa stessa è nata, chiedendo di mettere in agenda un profondo cambiamento che preveda non solo la condanna della guerra, bensì una prevenzione che passi dall’eliminazione delle armi e dalla dissuasione al loro utilizzo.

Un gesto reale di responsabilità, questo, che deve prendere il posto della faziosa discussione in atto fra i partiti, tanto in Italia quanto a livello internazionale, sul rifornimento continuo e massiccio di armi sempre più distruttive. Rafforzare il mercato delle armi è scandaloso e catastrofico. Sappiamo bene che la guerra è il modo più “pulito” per vendere e testare le armi a disposizione sul mercato globale e le ingenti somme spese in armamenti in questa guerra Russa/Ucraina sono vergognosamente sottratte alla lotta alla povertà e alla garanzia del rilancio di una sanità universale pubblica.

Ogni guerra è un atto contro l’umanità e contro l’ambiente. Ci dobbiamo porre il problema delle risorse naturali e delle fonti energetiche, che non possiamo permettere siano oggetto di scambio e di ricatti su terreni di conflitto.

In questi due terribili anni di pandemia ci siamo raccontati in tutte le lingue del mondo che sarebbe andato tutto bene, che il Covid avrebbe cambiato la nostra esistenza su questa terra. L’umanità è stata già ferita a morte dal Covid, frantumata da milioni di morti e dal dolore che ha segnato famiglie e affetti, messa in crisi dalla solitudine provocata dal distanziamento sociale e dalla didattica a distanza.

Una simile sofferenza fisica ed esistenziale avrebbe dovuto portare a un nuovo paradigma di convivenza fra donne, uomini e ambiente e invece non è così.

Nulla è cambiato e pare che nulla, al momento cambi; anzi, ora viviamo in pieno l’orrore e lo sconcerto di una guerra davanti alla porta di casa!

La narrazione di questo conflitto ha preso il volo, rubando al Covid e ai problemi sanitari il palcoscenico mediatico. Abbiamo visto moltiplicarsi talk show con dibattiti scomposti, ostili, pretese di verità da una parte e dall’altra, quasi tifoserie da stadio.

E in primo piano l’antico e primordiale uso della forza e l’utilizzo di armi sempre più pesanti.

Nuove armi, vecchi metodi.

Le armi chiamano armi e gli stanziamenti massicci di questi mesi sono enormi somme di denaro sporche di sangue.

Dobbiamo bonificare questa comunicazione mediatica carica di ostilità e diffondere l’uso di parole più sane e di riflessioni inedite, come propone il pensiero femminista, storicamente quasi ignorato.

Fortunatamente nelle ultime settimane, insieme a Lea Melandri, hanno preso la parola anche molte donne del mondo civile e della cultura per affermare il pensiero femminista in relazione alla guerra: Dacia Maraini, Myriam Bergamaschi, Loredana Lipperini, Luciana Castellina, Donatella di Cesare, Barbara Spinelli e tante altre.

Sono nati nuovi interessanti movimenti di pace promossi da sole donne e dalla società civile: fra questi segnalo il PROGETTO MEAN, un movimento europeo di azione non violenta che sta organizzando per l’11 luglio prossimo una grande marcia per la pace che mette al centro l’esclusione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti fra Stati.

Dobbiamo assumere il fatto che qualsiasi guerra è una soluzione infernale dei problemi fra le nazioni e che non risolve, ma anzi perpetua nella storia la violenza, gli stupri, l’odio verso il vicino e il diverso, riportando uomini e donne nei ruoli stereotipati primordiali di dominio e di possesso.

Guardare da una nuova prospettiva è una opportunità che va perseguita con forza e coraggio e questo non significa riconoscersi nelle ragioni dell’uno o dell’altro, ma allargare la visione di chi dice che l’assenza di guerra sul pianeta sia un obiettivo irraggiungibile.

Leggo un articolo di Panebianco sul Corriere di pochi giorni fa, che ancora ribadisce vecchi schemi sul pacifismo, svuotandolo di ogni fondamento e rimarcando che “tutti vogliamo la pace, ma che per tenere a bada il violento di turno occorre avere a portata di mano un robusto bastone”.

Se non è stereotipo della violenza maschile primordiale, ditemi voi. Dotiamoci di robusti bastoni così vivremo tutti in pace…

Rinunciare all’uso delle armi non vuol dire non dare aiuto a chi ce lo chiede, ma trovare soluzioni differenti per fermare i conflitti e nel contempo assistere chi fugge dalle bombe.

Abbiamo visto un modello di integrazione e di sostegno mai visto prima per accogliere i profughi ucraini. Anche noi, volontari e volontarie Auser, stiamo dando prova di concreta e quotidiana solidarietà, fin dal primo giorno.

La risposta ai bisogni, va detto, non può tuttavia rappresentare un modello a senso unico.

Faccio mie le parole del nostro Presidente nazionale, Domenico Pantaleo, quando dice che non ci sono profughi di serie A e profughi di serie B. Il modello di integrazione messo in atto in questa fase di guerra deve diventare modello per l’accoglienza di tutti i profughi. Chi attraversa il Mediterraneo per fuggire da guerre, torture e stupri merita di muovere le stesse leve di solidarietà di cui stanno facendo esperienza i profughi ucraini.

Questo millennio ci chiede uno sguardo differente anche sull’uso delle risorse del pianeta, sull’ambiente e sulle donne, che nella povertà e nella guerra pagano il conto più alto.

Questa è una riflessione che chiama in causa l’impegno del mondo intero e l’Europa può fare la differenza.

Come cittadine e cittadini europei abbiamo la possibilità di riposizionarci oggi nello scacchiere internazionale con maggiore autonomia, senza che questo significhi smarcarsi dalle nostre alleanze storiche, ma anzi diventando protagonisti di un’azione di pace che ci farebbe conquistare un ruolo politico di primo piano, che peraltro ora non abbiamo.

Vanno però ridefiniti in modo chiaro gli obiettivi di politica economica, sociale e ambientale che vogliamo, non limitando il dibattito alla costruzione di un esercito europeo, risorto peraltro nell’urgenza di questa guerra, ma bensì rafforzando la nostra fisionomia geopolitica come continente portatore di pace nel mondo, in un massiccio e convinto investimento comune sulle politiche ambientali, di welfare e di riduzione delle disuguaglianze iniziato con gli stanziamenti del PNRR.

L’Europa deve credere nella propria forza, nella sua storia di potenza democratica, fondata sulle radici sane della convivenza nelle differenze. Può essere protagonista di una grande e coraggiosa iniziativa politica che metta al centro una conferenza di pace mondiale e un nuovo linguaggio comunicativo che, recependo il pensiero femminista, ripudi la guerra come pratica di soluzione dei conflitti.

Nella nostra Europa, che esclude la supremazia di un popolo sull’altro, anche perché ha vissuto la devastazione del pensiero hitleriano e l’oscurità portata dal nazismo e dall’olocausto, può finalmente innestarsi il pensiero femminista che porta con sé il seme della cura del mondo.

Impegniamoci tutti, uomini e donne insieme, affinché il pensiero femminista, ecologista e pacifista diventi la visione della politica comunitaria in Italia e in Europa.

Io penso che queste riflessioni debbano essere diffuse dalle donne e dagli uomini del volontariato, dalle associazioni del no-profit, dai movimenti civili e delle donne, perchè per loro natura sono portatrici e portatori del valore della solidarietà, del benessere delle comunità e del rispetto per l’ambiente.

Riflessioni colme di significato e di concretezza, che come Auser pratichiamo ogni giorno, nel segno della solidarietà e del sostegno ai più deboli, anche per DISTANZIARCI da logiche antiche di dominio e di supremazia dei più forti.

Il pensiero femminista, ecologista e pacifista, non è l’obiettivo di ingenue nostalgie ideologiche, ma l’unico obiettivo possibile. Ed è dall’eco della Liberazione e della nascita della nostra Repubblica, dalla nostra preziosa carta costituzionale che rifiuta la guerra e garantisce pace e libertà, che possiamo e dobbiamo come Paese essere modello di democrazia e di pace per l’Europa e per il mondo.

Le disuguaglianze vanno ridotte e le risorse condivise; se non avverrà questo, nessuno potrà sopravvivere su questo pianeta.

Tiziana Scalco

Presidenza Auser Lombardia

Una finestra sul mondo – 25 maggio 2022

 

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